In memoria di Giovanni Falcone

di 23 maggio 2012 0

Il 23 maggio 1992 le vite di Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e di tre uomini della sua scorta (Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani) vengono spezzate dal tremendo attentato terroristico di Capaci. Meno di due mesi dopo anche Paolo Borsellino, amico e collega di Falcone sulla trincea della lotta alla mafia, viene ucciso con i cinque uomini della sua scorta nelle vie di Palermo dall’esplosione di un ordigno nascosto in una autovettura.
Le due stragi di Capaci e via D’Amelio, cui seguiranno l’anno successivo la serie di attentati a Firenze, Roma e Milano, rappresentano il culmine di una strategia di attacco diretto alle istituzioni, che negli anni era stata segnata da una lunga teoria di omicidi eccellenti di politici, magistrati, investigatori, giornalisti:

  • 16 settembre 1970: Mauro De Mauro (giornalista)
  • 5 maggio 1971: Pietro Scaglione (procuratore capo di Palermo)
  • 9 maggio 1978: Peppino Impastato (attivista politico e giornalista)
  • 26 gennaio 1979: Michele Reina (segretario provinciale della DC di Palermo)
  • 21 luglio 1979: Boris Giuliano (capo della squadra mobile di Palermo)
  • 25 settembre 1979: Cesare Terranova e Lenin Mancuso (magistrato e maresciallo)
  • 6 gennaio 1980: Piersanti Mattaralla (presidente DC della regione Sicilia)
  • 4 maggio 1980: Emanuele Basile (capitano dei carabinieri)
  • 6 agosto 1980: Gaetano Costa (procuratore capo di Palermo)
  • 30 aprile 1982: Pio La Torre e Rosario Di Salvo (segretario PCI siciliano e suo autista e uomo di fiducia)
  • 3 settembre 1982: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro e Domenico Russo (prefetto di Palermo, sua moglie e uomo della scorta)
  • 26 gennaio 1983: Giangiacomo Ciaccio Montalto (magistrato a Trapani)
  • 18 luglio 1983: Rocco Chinnici, (capo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo), Mario Trapassi, (maresciallo dei carabinieri); Salvatore Bartolotta, (carabiniere), Stefano Li Sacchi (portinaio di casa Chinnici)
  • 5 gennaio 1984: Giuseppe Fava (giornalista)
  • 2 aprile 1985: Barbara Rizzo e i suoi due gemelli (passante uccisa per caso da un’autobomba contro il sostituto procuratore Carlo Palermo, illeso)
  • 28 luglio 1985: Giuseppe Montana (funzionario della squadra mobile di Palermo)
  • 6 agosto 1985: Ninni Cassarà e Roberto Antiochia (della squadra mobile di Palermo)
  • 12 gennaio 1988: Giuseppe Insalaco (ex sindaco di Palermo)
  • 25 settembre 1988: Antonino Saetta (giudice, ucciso insieme al figlio Stefano)
  • 26 settembre 1988: Mauro Rostagno (leader di una comunità di recupero per tossicodipendenti e giornalista)
  • 21 settembre 1990: Rosario Livatino (giudice)
  • 9 agosto 1991: Antonino Scopelliti (giudice)
  • 29 agosto 1991: Libero Grassi (imprenditore attivo contro il racket)
  • 12 marzo 1992: Salvo Lima (politico democristiano)

Era la risposta, violenta e brutale, della mafia ad uno Stato che, con difficoltà e diffuse resistenze, stava iniziando ad affrontare il fenomeno mafioso per capirne le cause e individuarne gli antidoti.

Se si vuole assestare un colpo decisivo alla potenza della mafia occorre debellare il sistema di potere clientelare attraverso lo sviluppo della democrazia, promuovendo la mobilitaziome unitaria dei lavoratori, l’autogoverno popolare e la partecipazione dei cittadini al funzionamento delle istituzioni democratiche

Si può seguire l’evoluzione di questa faticosa presa d’atto dalle carte e dai documenti che il Portale storico della Camera dei deputati rende ora accessibili in maniera organizzata: dalla legge istitutiva della Commissione bicamerale d’inchiesta sul fenomeno della “mafia”, promulgata dopo un lungo iter parlamentare il 30 dicembre del 1962 (documenti e iter), alla relazione dei lavori della Commissione nel corso della V legislatura (testo). Quella Commissione completò i suoi lavori alla fine della legislatura successiva, il 4 luglio del 1976, pubblicando quattro documenti: la Relazione di maggioranza predisposta dal Presidente della Commissione, senatore Carraro, la Relazione del senatore Zuccalà sull’argomento specifico del traffico mafioso di tabacchi e stupefacenti e sui rapporti tra mafia e gangsterismo italo- americano, la Relazione di minoranza firmata dai deputati La Torre, Benedetti, Malagugini, Terranova e dai senatori Adamoli, Chiaromonte, Lugnano, Maffioletti e l’altra Relazione di minoranza, dei deputati Nicosia e Niccolai e del senatore Pisanò.
Tutti i lavori di questo organismo e i quattro documenti sono ora consultabili anche sul portale dell’Archivio digitale Pio La Torre, pubblicato per iniziativa delle Presidenze della Camera dei deputati, del Senato della Repubblica, della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e della Fondazione della Camera dei deputati, su iniziativa del Centro di studi ed iniziative culturali “Pio La Torre” di Palermo, in occasione del trentesimo anniversario della morte del politico siciliano per mano di sicari della mafia (archiviopiolatorre.camera.it).
Nelle conclusioni della Relazione di minoranza (testo), di cui Pio La Torre era stato primo firmatario, viene ribadito con forza il legame tra lotta alla mafia e lotta per la democrazia:

  • noi mettiamo al primo posto il problema di una profonda trasformazione dei rapporti fra lo Stato e i cittadini. Se si vuole assestare un colpo decisivo alla potenza della mafia occorre debellare il sistema di potere clientelare attraverso lo sviluppo della democrazia, promuovendo la mobilitaziome unitaria dei lavoratori, l’autogoverno popolare e la partecipazione dei cittadini al funzionamento delle istituzioni democratiche

E poco più avanti si legge:

  • Più in generale occorre impostare su nuove basi il rapporto Stato-Regione facendo dispiegare tutto il potenziale democratico e rinnovatore dell’autonomia siciliana, per affrontare i problemi dello sviluppo economico e sociale dell’Isola. Operando per questi obiettivi di sviluppo economico e di rinnovamento democratico sarà possibile portare avanti un’azione di profondo risanamento della vita pubblica dando prestigio ed efficienza a tutti gli organi dello Stato e, in primo luogo, a quelli chiamati a svolgere l’attività di prevenzione e repressione della criminalità organizzata.
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