Oltre l’Open Data Day

di 13 marzo 2013 2

Eames House
Andare oltre l’occasione.
È con questo auspicio che si è caratterizzata sabato 23 febbraio la partecipazione italiana alla terza edizione dell’International Open Data Day. Per la prima volta anche l’Italia si è presentata a questo appuntamento, con un insieme variegato di iniziative, fortemente radicate sul territorio ma strettamente interconnesse tra di loro: già nella fase di ideazione e poi nella giornata di sabato, anche attraverso un mosaico di collegamenti da Roma verso le altre 12 sedi (ora i materiali di quella giornata sono disponibili sul portale opendataday.it).
Quell’auspicio non è rimasto solo un appello. Ma si è tradotto nei diversi incontri in azioni, impegni, iniziative per promuovere una pratica diffusa dell’Open Data anche in Italia: la presentazione in anteprima del portale Linked Open Data del Senato, il rilascio di nuovi dati da parte dell’Archivio centrale dello Stato nell’ambito del progetto Reload, la consegna simbolica dei dati geografici dei comuni dell’Alto Adige e della Provincia di Bolzano al TIS innovation park, la sperimentazione LOD avviata dal portale Culturitalia sono alcuni esempi di questo dinamismo, che sembra destinato a durare. La Regione Puglia, i comuni di Trento, Venezia, Palermo hanno in queste ultime settimane arricchito il catalogo di Open Data disponibili in Italia, seguendo il cammino già intrapreso da altri, come la regione Piemonte, la Camera dei deputati, l’Istat, il comune di Firenze, la provincia di Roma.
Ma la giusta soddisfazione per i risultati raggiunti finora non deve servire a nascondere i ritardi e i problemi che ancora caratterizzano il panorama italiano. Proprio su alcuni di questi snodi problematici si è concentrata la discussione nell’incontro romano, che ha ad esempio evidenziato come la mancanza di armonia ed integrità dell’universo di siti e tecnologie che ha caratterizzato la prima fase del movimento Open Data italiano possa rendere di fatto complicato e parziale l’accesso ed il riuso dei dati pubblicati. E su questi temi si è indirizzato l’impegno dei gruppi di lavoro che si sono costituiti in questi mesi.
I primi risultati sono stati ora pubblicati sul portale data.opendataday.it, dove sono disponibili per il download tre progetti Open Source per estrarre dai diversi portali Open Data (la sperimentazione ha per ora riguardato i portali delle regioni Piemonte, Lombardia e Toscana, i comuni di Bologna e Firenze e la provincia di Roma) un comune set di metadati utilizzando la tecnologia RDF, in modo da creare una rete informativa di accesso intuitivo a tutte le risorse pubblicate, rendendole navigabili in modo integrato anche attraverso navigatori semantici di pubblico dominio come Pubby o LodLive, senza che coloro che pubblicano debbano adeguare i propri sistemi o modificare le scelte già prese. È prevista nelle prossime settimane la pubblicazione di un’ontologia descrittiva delle licenze d’uso, denominato LiMo (LicenseModel) Ontology, e di un Vademecum dei principi giuridici generali per la pubblicazione dei dati, integrato con una check-list e un questionario per guidare le amministrazioni nell’individuazione dei dati da pubblicare.
Impegni concreti, quindi, progetti e programmi di lavoro per andare oltre l’evento.
L’esistenza di dati e informazioni riusabili è, però, solo una condizione necessaria alla costruzione di un contesto favorevole al loro utilizzo e alla predisposizione di nuovi servizi, ma non sufficiente perché questi servizi si realizzino. L’esperienza di questi mesi di lavoro e indagine ha evidenziato come ai ritardi dal lato dell’offerta si somma una certa debolezza della domanda, da parte di imprese e cittadini. È solo di pochi giorni fa l’appello via Twitter lanciato da Fabrizio Barca, ministro per la Coesione territoriale: “Aggiornato http://opencoesione.gov.it/ con ancor più info. Nell’Italia effervescente di queste ore attendo giornalisti ed eletti scatenati nell’uso”. Questa effervescenza di iniziative di riuso ancora non si vede, al di là di pochi esempi, di alcune “eccellenze” che non bastano a creare un “ecosistema” diffuso, che sia anche di stimolo e di sostegno all’ampliamento del mercato Open Data, che alimenti la consapevolezza della convenienza per amministrazioni, imprese e cittadini dell’uso degli Open Data.

Dall’Open Data Day è stata lanciata la proposta di costituire anche in Italia un Istituto per i Dati Aperti. Un organismo autonomo, partecipato su base volontaria, senza scopo di lucro; un luogo d’incontro tra tutti gli attori in campo; una “rete” flessibile di competenze in grado di promuovere e diffondere conoscenza e proposte

In un contesto strutturalmente decentrato, in quanto fortemente innovativo, come continua ad essere l’universo Internet, l’approccio possibile ai vari elementi di freno di questo sviluppo (tecnologici, organizzativi, commerciali) non può derivare dall’azione o dal rafforzamento delle istanze di coordinamento e regia di impronta centralista. Come troppo spesso è accaduto in Italia, dove alle richieste del mercato e della società si è per lo più contrapposta un’amministrazione statale che ha coperto la propria strutturale debolezza di indirizzo proliferando organismi centrali di controllo. E come speriamo non avvenga con l’Agenzia per l’Italia digitale, per la quale molto lentamente si va definendo la struttura operativa (dopo oltre quattro mesi dalla nomina del direttore è stato finalmente approvato pur tra molte polemiche anche lo statuto). All’Agenzia, che semplifica drasticamente la preesistente sovrapposizione di competenze in materia digitale prima spalmate su tre diversi organismi, spettano, tra i tanti, compiti di guida e osservatorio sulla politica Open Data in Italia. Ma su questa, come su altre “partite”, l’Agenzia non può che essere uno dei soggetti in campo, chiamata a praticare un dialogo serrato con tutti gli altri protagonisti, che per parte loro devono trovare proprie forme di rappresentanza e di organizzazione.
È con questa finalità che dall’Open Data Day è stata lanciata la proposta di costituire anche in Italia un Istituto per i Dati Aperti, sull’esempio dell’Open Data Institute, affidato in Gran Bretagna alla direzione di Tim Berners Lee e Nigel Shadbot. Un organismo autonomo, partecipato su base volontaria, senza scopo di lucro; un luogo d’incontro tra tutti gli attori in campo; una “rete” flessibile di competenze in grado di promuovere e diffondere conoscenza e proposte.

Le immagini che illustrano questo testo ritraggono la Eames House, costruita nel 1949 a Pacific Palisades da Charles e Ray Eames