Articolo di Silvana Profeta
Tina Costa ricorda con chiarezza le battaglie condotte per il riconoscimento del voto passivo femminile, sottolineando come queste non si svolsero soltanto nello spazio pubblico, ma anche all’interno dei partiti, compreso il PCI, partito in cui militava. Il decreto luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, infatti, aveva riconosciuto alle donne esclusivamente il diritto di voto attivo, consentendo loro di partecipare alle elezioni ma non di candidarsi e, di conseguenza, di poter essere elette. Con l’avvicinarsi delle elezioni amministrative del 10 marzo 1946, prima di cinque tornate elettorali, questa limitazione appariva sempre più evidente e fu oggetto di discussione e pressione politica da parte delle organizzazioni femminili, come l’Unione Donne Italiane (UDI), il Centro Italiano Femminile (CIF) e il Comitato Pro Voto. A rafforzare la legittimità delle rivendicazioni, contribuiva anche l’esperienza della Resistenza. Durante la lotta antifascista migliaia di donne parteciparono attivamente alle attività clandestine e partigiane, svolgendo il ruolo di staffette, organizzatrici della rete di collegamento, infermiere e combattenti nelle formazioni armate. Questo impegno dimostrò concretamente la loro capacità di assumere responsabilità civili e politiche e servì a ridefinire l’immagine pubblica della cittadinanza femminile. Ma, nonostante il contributo dato alla lotta di liberazione, il pieno riconoscimento dei diritti politici delle donne continuava a subire ritardi, evidenziando il divario tra il ruolo svolto nella Resistenza e l’effettiva inclusione nella vita politica del Paese. Un primo passo verso il superamento di questa esclusione fu compiuto con il decreto luogotenenziale n. 1 del 7 gennaio 1946, che stabilì la ricostituzione delle amministrazioni comunali su base elettiva, aprendo alle donne la possibilità di candidarsi nei consigli comunali. Tuttavia, la questione del pieno riconoscimento del voto passivo rimaneva centrale e continuò ad essere sostenuta e perseguita con forza dalle organizzazioni femminili e da molte militanti impegnate nei partiti. Questa pressione contribuì all’approvazione del decreto luogotenenziale del 10 marzo 1946, che estese formalmente alle donne il diritto di eleggibilità, anche per le elezioni dell’Assemblea Costituente e per il referendum istituzionale Repubblica – Monarchia previste per il 2 giugno, data che segnò il compimento del suffragio universale in Italia.
Con questo provvedimento, risultato di anni di lotte e mobilitazioni collettive, le donne italiane entrarono nella vita politica e nella rappresentanza istituzionale, infrangendo una lunga storia di esclusione e marginalizzazione. Si aprì così una nuova e permanente fase di lotta di massa per i diritti, la giustizia sociale e la partecipazione politica, attraverso cui le donne presero parte alla trasformazione della società e alla ridefinizione delle priorità del dibattito politico del nascente Stato repubblicano.


