Digital Heritage Explorers: in viaggio nella “rete” dei Paesi Bassi

di 16 Marzo 2026 Commenti disabilitati su Digital Heritage Explorers: in viaggio nella “rete” dei Paesi Bassi

Willem van de Velde il Giovane, Dutch Ships in a Calm Sea, c. 1665 (Rijksmuseum)

Nel febbraio scorso ho partecipato al progetto Digital Heritage Explorers, un viaggio di studio e formazione internazionale rivolto a 60 esperti di cultura digitale selezionati nell’ambito del programma Digital MAB, attraverso un bando della Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali, istituto di alta formazione e ricerca dedicato alla cura, gestione e valorizzazione del patrimonio culturale. Il programma rientra nell’offerta formativa Dicolab. Cultura al digitale, iniziativa del Ministero della Cultura finanziata dal programma NextGenerationEU.

Il progetto nasce con l’obiettivo di favorire il confronto con pratiche internazionali di gestione del patrimonio culturale digitale e, in questa edizione, di approfondire il modello olandese promosso da (NED)  – Netwerk Digitaal Erfgoed. NED è un network nazionale che coordina strumenti, strategie e comunità per costruire un ecosistema condiviso del patrimonio culturale digitale nei Paesi Bassi. Nato nel 2014 su iniziativa del Ministero olandese dell’Educazione, Cultura e Scienza, il network sostiene l’attuazione della National Digital Heritage Strategy, la strategia nazionale per il patrimonio digitale: l’obiettivo è migliorare l’accessibilità dei contenuti digitali e rendere più facile per le persone e le comunità la fruizione  dell’ ’heritage’.
Il programma prevede visite di studio e e seminari presso le istituzioni e organizzazioni partner/aderenti/collaboratrici della rete Netwerk Digitaal Erfgoed : la “KB” – Koninklijke Bibliotheek (L’Aja), il Netherlands Institute for Sound and Vision (a Hilversum), i Noord-Holland Archives (Haarlem), Europeana, DEN (Digital Heritage Netherlands).

L’esperienza ha permesso di instaurare un dialogo interdisciplinare con colleghi italiani e olandesi, contribuendo allo scambio di buone pratiche nel settore delle Digital Humanities.
Il gruppo selezionato  – 15 persone – era composto da colleghi provenienti da ambiti eterogenei e rappresentativi del settore MAB (Musei, Archivi, Biblioteche) sia pubblico (in maggioranza) che privato: un’occasione unica per uno scambio professionale e umano così trasversale sui temi (Findability, Accessibility, Interoperability, Reusability…) della trasformazione digitale del patrimonio culturale.    

Tra le istituzioni visitate mi soffermo sulla Koninklijke Bibliotheek e il Rijksmuseum. Presso la biblioteca nazionale dei Paesi Bassi i relatori, Marg van der Burgh, Network manager del patrimonio culturale, e Steven Claeyssens, curatore delle collezioni digitali,  hanno illustrato con grande chiarezza gli obiettivi della strategia di raccolta, conservazione e digitalizzazione delle collezioni, evidenziando in particolare le modalità con cui i dati vengono resi accessibili sia alla ricerca umana sia alle applicazioni automatizzate (le slide di Marg van der Burgh e di Steven Claeyssens). L’adozione sistematica di standard aperti, l’attenzione all’interoperabilità e l’allineamento con la National Digital Heritage Strategy e con la Digital Heritage Reference Architecture (architettura di riferimento) mostrano come la biblioteca operi non come istituzione isolata ma come nodo centrale di un ecosistema informativo interconnesso promosso dal Netwerk Digitaal Erfgoed (qui anche un documento con linee guida per i fornitori IT).  Rete (Netwerk Digitaal Erfgoed) che promuove  l’adozione dei Linked Open Data per collegare in modo sostenibile e intelligente patrimoni informativi di ogni dimensione come ha illustrato Sies Vonk, consulente del Network (qui le slide) . L’obiettivo è costruire un patrimonio digitale aperto, sicuro e partecipativo, capace di durare nel tempo. Vonk, per mostrare le potenzialità delle tecnologie semantiche, ha esplorato il database digitale della RKD – Netherlands Institute for Art History (Rijksbureau voor Kunsthistorische Documentatie), che contieneimmagini di opere d’arte, dati di catalogo, metadati sugli artisti e sulle opere, con licenze e informazioni sul copyright e che espone dati come Linked Open Data (https://rkd.triply.cc/). Partendo da una ricerca su Benozzo Gozzoli, allievo di Beato Angelico (partecipò anche al ciclo degli affreschi nel convento di San Marco a Firenze) ha visualizzato le connessioni tra diversi database. La navigazione avrebbe potuto continuare, l’informazione espandersi facendo tappa nel nostro catalogo nazionale dei beni culturali…

Da questa prospettiva emerge con forza il ruolo della Koninklijke Bibliotheek come infrastruttura pubblica abilitante: un motore nella costruzione di un ambiente in cui persone e macchine possano esplorare i dati in modo dinamico, favorendo scoperta, riuso e innovazione. In questo modello l’istituzione pubblica garantisce qualità, affidabilità e sostenibilità dei dati, contribuendo allo sviluppo di un patrimonio digitale condiviso. Particolarmente significativa è anche la vocazione della biblioteca a rappresentare la società olandese nella sua dimensione sempre più digitale.

L’approccio della “KB ” crea una vera osmosi tra istituzioni e cittadini, integrando dialogo, fruizione e produzione di conoscenza in un continuum attivo e partecipativo. Come scrivono nel documento “Strategy for the formation of the national library collection 2024-2030” , scaricabile qui , “to keep up with our digitising society, we need to look broadly at what we understand by the term ‘publication’. It is necessary in order for us to be a representative reflection of the publishing culture of our time in which we collectively publish more words online than we ever did on paper. It does not matter whether that publication appeared online or on paper, or who created and shared it: it could be a person, an organisation or even a machine, such as the writing robot ChatGPT.” Questo principio riflette la volontà della KB di rappresentare fedelmente la società sempre più digitale, includendo nella propria raccolta ogni forma di pubblicazione, indipendentemente dall’autore o dal mezzo.
L’estensione del concetto di “pubblicazione”, che include siti web, social media e contenuti nativi digitali, riflette infatti una visione aggiornata della memoria nazionale.

In Italia  le biblioteche nazionali conservano e rendono accessibili sia pubblicazioni native digitali acquisite tramite deposito legale sia i prodotti dei progetti di digitalizzazione del patrimonio culturale; il quadro istituzionale resta però fortemente legato alla logica del deposito legale della produzione editoriale (diversamente dai Paesi Bassi dove non c’è l’obbligo del deposito legale), che tende a privilegiare i contenuti formalmente pubblicati e destinati all’uso pubblico. Che il tema si di grande attualità è evidente dalla recente pubblicazione della dichiarazione dell’ICA per la salvaguardia della memoria online.
In linea con le più recenti riflessioni europee sull’intelligenza artificiale, la biblioteca è inoltre coinvolta nello sviluppo di un modello linguistico GPT olandese, a conferma della volontà di presidiare attivamente anche il futuro dell’accesso automatizzato alla conoscenza.

Se la Koninklijke Bibliotheek colpisce per la solidità dell’impianto infrastrutturale e strategico, il Rijksmuseum si distingue per la centralità attribuita all’esperienza digitale dell’utente. Da anni pioniere nella trasformazione digitale delle collezioni, il museo ha investito con decisione nelle tecnologie del web semantico e nelle strategie di apertura dei dati. Le campagne e le scelte narrative illustrate dal team digitale – ed in particolare dalla relatrice, Nanet Beumer Head of Digital, Marketing and Campaign – mostrano come il museo consideri la dimensione online non come semplice complemento, ma come parte integrante della relazione con il pubblico. L’evoluzione verso una nuova piattaforma digitale, orientata all’integrazione con fonti autorevoli esterne tramite tecnologie Linked Open Data, prefigura un superamento dei confini istituzionali e nazionali delle collezioni, a favore di un ecosistema culturale interconnesso (qui le informazioni sulla infrastruttura tecnologica).

Di particolare rilievo è la politica di open access del Rijksmuseum, che consente il download gratuito in alta risoluzione delle immagini delle opere in pubblico dominio e ne permette il riuso senza restrizioni, anche a fini commerciali. Questa apertura non rappresenta soltanto una scelta etica, ma una strategia consapevole di valorizzazione del patrimonio culturale: afferma il principio secondo cui le collezioni appartengono alla collettività e stimola creatività, ricerca, innovazione e sviluppo economico. L’open access diventa così un investimento nella diffusione dei contenuti e nella generazione di nuovo valore culturale ed economico.

Nel complesso, entrambe le istituzioni mostrano come la trasformazione digitale non sia semplicemente un processo tecnologico, ma un ripensamento strutturale del ruolo delle istituzioni culturali: dalla gestione delle collezioni alla costruzione di infrastrutture di conoscenza condivisa, fino alla ridefinizione dell’esperienza pubblica del patrimonio.

Nel mio gruppo di studio è stato più volte sottolineato il valore della scelta del museo di distinguere chiaramente e valorizzare in modo autonomo le diverse modalità di relazione con il pubblico. La visita allo spazio fisico del museo rimane un’esperienza specifica e irriducibile, distinta dalle molteplici possibilità di esplorazione virtuale delle collezioni. Per questo motivo la comunicazione e l’allestimento evitano forme di sovrapposizione: non sono previste contaminazioni con esperienze immersive o proiezioni digitali negli spazi espositivi, mentre la dimensione online sviluppa percorsi e strumenti propri, pensati per una fruizione diversa ma complementare.

Altro elemento di grande interesse è l’adozione, da parte del Rijksmuseum di pratiche inclusive di accesso e fruizione che ampliano la partecipazione del pubblico nella costruzione della memoria culturale.  Nell’intento di riequilibrare la rappresentazione storica e culturale, il Museo  sviluppa  politiche di inclusione della produzione femminile e di contestualizzazione critica delle collezioni coloniali, favorendo percorsi di interpretazione che stimolano la partecipazione e l’accesso consapevole del pubblico. Così sceglie di esporre nella “galleria d’onore” le opere di  importanti artiste femminili precedentemente ignorate, come Judith Leyster (De serenade) o Rachel Ruysch (Still life with Flowers In a Glass Vase). Una scelta promossa in occasione della “Women of the Rijksmuseum” initiative, un programma  di ricerca lanciato per migliorare l’equilibrio di genere nella collezione e nelle esposizioni del museo. Alla “app” è stata invece delegato il compito di accompagnare l’utente in un percorso guidato nella collezione permanente ideato per raccontare criticamente il passato coloniale dei Paesi Bassi (Past colonial).

Un esempio significativo di una prospettiva tutta orientata alla comunità è il Noord-Hollands Archief di Haarlem, che raccoglie archivi e collezioni di istituzioni nazionali, provinciali, comunali, archivi privati, di singoli e di associazioni (registri civili, di cui si è parlaro molto). Qui le attività di digitalizzazione e gestione del patrimonio sono fortemente legate alle esigenze della comunità locale, in un flusso continuo tra utenza e pratiche istituzionali. Gli archivi olandesi concepiscono il patrimonio documentario come bene culturale vivo, parte della storia collettiva e strumento di empowerment civico e culturale.

Nel complesso, il progetto ha offerto l’opportunità di osservare da vicino un modello di trasformazione digitale del patrimonio culturale coerente e sostenibile, costruito a partire da una forte iniziativa pubblica ma aperto alla collaborazione con soggetti privati e con la comunità. La determinazione con cui i Paesi Bassi stanno sviluppando un ecosistema digitale del patrimonio culturale rappresenta un esempio particolarmente significativo per il panorama europeo. L’esperienza conferma come la trasformazione digitale delle istituzioni culturali non dipenda soltanto dalle tecnologie adottate, ma soprattutto dalla capacità di costruire strategie condivise, infrastrutture aperte e nuovi modi di mettere in relazione dati, istituzioni e cittadini.

Un grazie speciale alle organizzatrici italiane del nostro viaggio, Marzia Piccininno e Sonia Lisco!

Ritratto di gruppo con Europeana

  • Valentine Charles, Data Services Director di Europeana, ha reso disponibili le sue slide, qui; la presentazione di Laura de Vos per DEN è consultabile qui.
  • Lo scatto “Il primo incontro nella sede di Arti et Amicitiae” è di Alessandra Frontini; “Nel laboratorio di Bernhard André, Institute for Sound and Vision” è di Greta Rubinetti
  • Ecco il gruppo ritratto nello scatto: Sonia Lisco, Giulia Lazzari, Giulia Pedace, Adriana Avellaneda, Astrid D’Eredità,Shadi Ardalan (Europeana), Elisabetta Castro, Alice Sabatini, Cinzia Manco, Rita Bernini, Lorenzo Manetta, Antonella Pagliarulo, Greta Rubinetti, Valentine Charles, Laura Ronzon, Paolo Sartori, Marzia Piccininno, e sullo sfondo, Pepijn Lemmens.