La fotografia di documentazione tra tutela e rappresentazione (1913–1938)

di 17 Aprile 2026 Commenti disabilitati su La fotografia di documentazione tra tutela e rappresentazione (1913–1938)
La conferenza stampa

Dalla fotografia al documento, dal documento alla fotografia: sono tanti i percorsi tracciati nella mostra ‘Il vero documento’. La produzione del Gabinetto Fotografico Nazionale 1913 – 1938, inaugurata il 15 aprile scorso nella sede dell’ICCD. 
L’Istituto –  nato nel 1975 dall’unione dell’Ufficio del catalogo e del Gabinetto fotografico nazionale – conserva le “carte d’identità” di tutto il patrimonio storico-artistico nazionale.
Strumento conoscitivo di ricerca, divulgazione, tutela, conservazione (sintetizza il direttore Carlo Birrozzi), il Gabinetto fotografico, nato nel 1895 per iniziativa di Giovanni Gargiolli, ha sedimentato nel suo archivio 8 milioni di immagini, e assieme ad esse, un insieme di pratiche di lavoro, professionalità, tecniche  fotografiche che ancora oggi possono restituire al pubblico una visione unica del Paese  – e/o della sua rappresentazione – che si andava costruendo lentamente dopo il raggiungimento dell’Unità d’Italia.
Gli scatti, le stampe, gli strumenti di lavoro, i documenti nati nel corso delle campagne fotografiche sul territorio, le narrazioni costruite nel tempo, i gruppi di lavoro: di questo parla, con la bellezza visionaria delle immagini, la mostra allestita nella Chiesa delle Zitelle.

L’attenzione è focalizzata sui decenni della direzione di Carlo Carboni (1913-1932) e di Luigi Serra (1932-1933) attraverso una selezione  di 124 fotografie su più di 20.000 immagini prodotte in quegli anni.  Anni in cui la struttura si consolida, grazie ai finanziamenti ministeriali che privilegiano questa struttura tecnica di tutela anche a svantaggio dei fondi per i musei e l’archeologia. Anni in cui la fotografia assume una funzione primaria: “rendere visibili le opere allo sguardo dello Stato, attestandone la necessità della tutela”, spiegano le curatrici  Benedetta Cestelli Guidi e Simona Turco. Non a caso “riconoscere e documentare” è il titolo di uno dei nuclei tematici in cui sono ordinate le stampe in mostra. “Gli inizi”, “Il vero documento”,  “Riconoscere e documentare”, “Il Gabinetto Fotografico Nazionale”, “Fotografare il patrimonio”, “Il paesaggio”, “Beni erratici”, “La prima guerra mondiale”, “I negativi”, “Tra documentazione e propaganda”, “I fotografi”: sono queste le sezioni del percorso narrativo scelto dalle curatrici.

Il principio organizzatore della mostra restituisce la modalità procedurale del Gabinetto Fotografico Nazionale (GFN); come si legge nel depliant destinato ai visitatori  “le gelatine ai sali d’argento originali realizzate per lo più entro gli anni Venti, sono ordinate per nuclei tematici, a segnare che l’opera oggetto della ripresa è documentata in sequenze di decine di scatti”. A tale modalità si affianca “un secondo elemento procedurale tipico del GFN quale tornare a ri-fotografare a distanza di decenni la medesima opera”;  se ne registrano i cambiamenti – è stata restaurata, musealizzata, smembrata, dispersa – e si aderisce alla richiesta di studiosi e funzionari che cercano nuove prove visive per una rinnovata lettura critica. La produzione del GFN mostra  -scrivono ancora le curatrici –  la duttilità del mezzo fotografico nel rispondere a diversi livelli della conoscenza del patrimonio.

Nel percorso “Fotografare il patrimonio”, che raccoglie circa 40 stampe,  si evidenzia il principio della “fedeltà al reale” come fondamento della documentazione: l’immagine architettonica non è idealizzata, ma mantiene un carattere di presa diretta sulla realtà. La sezione “Il paesaggio” introduce la campagna del 1921 condotta da Carlo Carboni nel Parco Nazionale d’Abruzzo, legata al disegno di legge Croce per la tutela delle bellezze naturali e all’opera di Erminio Sipari, promotore dell’Ente Parco. In questi scatti il paesaggio diventa patrimonio, oggetto di riconoscimento e interesse collettivo. 

Il vero protagonista della mostra è l’Istituto nel suo insieme, che emerge come organismo corale, impegnato nella cura, nella valorizzazione e nella condivisione di un patrimonio di beni e competenze di cui è al tempo stesso custode e interprete dinamico. 

La sezione “I negativi” è un’incursione nella camera oscura dei fotografi:  sollecita l’immaginazione del visitatore che può “vedere”  lo sguardo del fotografo, le scelte sul negativo, prima che la pubblicazione in stampa orienti definitivamente la “lettura” del pubblico . Un condensato di bellezza, tecnica, esperienza e sensibilità.
Di grande interesse il percorso finale della mostra, che si arresta sulla soglia della “propaganda” e narra la storia del passaggio dal Gabinetto fotografico dello Stato liberale a quello del periodo fascista: nel 1928 gran parte dell’archivio dei negativi, circa 25 mila lastre, vengono affidate, per un triennio, all’Istituto Nazionale Luce che ne diventa custode e responsabile, soprattutto per fini commerciali. Il 25 gennaio 1928 il Ministro della Pubblica Istruzione Pietro Fedele e il presidente del Luce, allora in carica, Filippo Cremonesi,  stipulavano una convenzione per la creazione   in seno all’Istituto di Mussolini  di un reparto fotografico “Archivio Fotografico Nazionale”  per documentare paesaggi e monumenti d’Italia (la famosa Serie L di paesaggi e monumenti d’Italia che ebbe, con i suoi 8000 negativi prodotti fino al 1932-1933,  risultati assai apprezzabili). La mostra si sofferma sull’uso manipolatorio e propagandistico operato dall’Istituto Luce sulle stampe realizzate dai negativi inglobati dal Gabinetto fotografico  nazionale. “Le stampe dei negativi GFN prodotte dal LUCE” – commentano le curatrici –  “manipolano gli originali, eliminando i disturbi delle vedute monumentali, come mostra la rimozione della persona in primo piano ai piedi delle fondamenta architettoniche del Palatino, così squisitamente legati alla messa in proporzione dell’architettura”.  Una modifica lieve che  – si legge ancora – “determina lo scarto tra due tipologie di immagini: l’architettura antica, da rovina romantica, partecipe delle vicende dei vivi, si muta in imperituro, segnacolo di romana grandezza. Le stampe prodotte del LUCE dai negativi del GFN, portano sul retro il timbro della nuova proprietà, di fatto falsando l’autorialità dell’immagine.” Al tempo stesso la mostra documenta una forma di resilienza interna: una catalogazione che lascia tracce, per i posteri, di questa appropriazione. 

La sezione finale, dedicata ai fotografi del GFN, chiude formalmente il percorso. Ma il vero protagonista della mostra è l’Istituto nel suo insieme, che emerge come organismo corale, impegnato nella cura, nella valorizzazione e nella condivisione di un patrimonio di beni e competenze di cui è al tempo stesso custode e interprete dinamico. 


La mostra – ospitata nella Chiesa delle Zitelle in Via di San Michele 18 – sarà aperta al pubblico dal lunedì al venerdì, ore 10.00-18.00 (esclusi i festivi), con ingresso libero. È accompagnata da un volume di studio edito da Quodlibet.
Per approfondire l’archivio fotografico dell’ICCD si può navigare il portale della Fotografia del MIC con le sue 530.975 schede e 316.858 immagini; qui si può leggere la guida ai fondi del GFN.
Infine..il dietro le quinte della mostra!