
ll 24 aprile rappresenta per il popolo armeno la memoria del Medz Yeghern, il “Grande Male”: un progetto sistematico di annientamento della popolazione, tragico archetipo dei genocidi futuri. Le radici di questo disegno criminale affondano nel declino dell’Impero Ottomano, passando per i pogrom di fine Ottocento voluti dal Sultano Abdul Hamid II, fino a culminare nello sterminio di massa. L’ascesa del governo dei “Giovani Turchi” (del partito Unione e Progresso, salito al potere dopo la rivolta del 1908), segnò il passaggio da un impero multietnico a un nazionalismo radicale. Spinti dall’ideologia panturchista, i leader del “Triumvirato dei tre Pascià”, (composto dai ministri dell’Interno, della Guerra e della Giustizia), vedendo nella minoranza cristiana armena un ostacolo alla “turchizzazione”, pianificarono e misero in atto il loro progetto genocidario attraverso una struttura paramilitare. Il contesto della Prima Guerra Mondiale e l’alleanza con la Germania, offrirono il pretesto perfetto: con l’attenzione internazionale rivolta ai fronti bellici e l’accusa pretestuosa di collaborazionismo con la Russia, il governo diede il via allo sterminio. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1915, il governo dei “Giovani Turchi” liquidò gran parte dell’élite armena di Costantinopoli (oggi Istanbul). L’obiettivo era decapitare la guida intellettuale del popolo armeno e cancellarne l’identità come soggetto storico, culturale e politico. Seguirono rastrellamenti di interi villaggi, distruzione di chiese e monasteri, sequestro di beni e di terre, stupri, internamenti, mutilazioni, riduzione in schiavitù e prostituzione coatta, rapimenti e conversioni forzate delle donne, delle bambine e dei bambini, massacri di ogni genere e deportazioni culminate nelle strazianti “marce della morte” nel deserto, dall’Anatolia fino a Der el-Zoor, in cui morirono circa un milione e mezzo di persone, i due terzi della popolazione armena dell’Impero Ottomano.
Per i pochissimi sopravvissuti, come Raphael Gianikian, padre del cineasta Yervant Gianikian e protagonista del film-documentario Ritorno a Khodorciur – Diario armeno (video, col, 80’, 1986), la memoria del genocidio, tuttora negato con feroce determinazione dal governo turco, si è fatta testimonianza viva e resistenza culturale. Attraverso la lettura in italiano del proprio diario, scritto in armeno dieci anni prima, durante un solitario viaggio a piedi verso il villaggio natale distrutto nella Turchia dell’Est, Raphael testimonia di fronte alla videocamera la deportazione e l’esilio. Ormai anziano, seduto su una poltrona e con una risma di fogli in mano, affida al figlio, per la prima volta ad un’altra persona, il trauma del proprio popolo ed il massacro della famiglia. Dalle sue parole emerge l’ansia profonda di un pellegrinaggio alle radici di una cultura, di una lingua e di un’infanzia perduta: frammenti di una vita ricomposta silenziosamente solo dopo la catastrofe.

In questo film-diario, la forza del racconto si trasforma in immagini dense e potenti, capaci di evocare il genocidio e di proiettare chi ascolta al suo interno. I ricordi di Raphael ci portano con lui indietro nel tempo e nello spazio: al suo paese distrutto, a un campo di grano pieno di cadaveri, davanti a donne violentate, a uomini impiccati, a cadaveri senza teste, a persone disperate in marcia sulla strada della morte, come in una sorta di realtà aumentata della memoria dell’orrore, nonostante la semplicità delle inquadrature.
Raphael era un camminatore. Anche anziano, usava partecipare alle maratone sulla neve, con moltitudini di persone, anche in luoghi lontani, arrivando quasi sempre al traguardo, esausto. Solo più tardi Yervant comprese che la passione del padre era legata al ricordo della deportazione e delle marce forzate, all’eliminazione fisica di chiunque, massacrati dalla fatica, dalla fame, dalla sete e dalle folle “inferocite”, armate di asce e bastoni che i diecimila abitanti di Khodorciur incontravano, percorrendo la Turchia da Nord a Sud, guidati dai gendarmi turchi, fino a morire in Siria, durante un cammino di più di sei mesi, nell’anno 1915. Camminando, Raphael, così come ancora usano fare molte comunità armene nel giorno del Medz Yeghern, elaborava il proprio senso di colpa per essersi salvato, celebrava la propria sopravvivenza e rendeva omaggio alle vittime.
Yervant Gianikian, insieme ad Angela Ricci Lucchi, sua compagna di vita e di lavoro, affronta nuovamente il tema del genocidio armeno nel film Uomini, Anni, Vita (16mm, col, 70’, 1990), costruito con materiali reperiti durante un viaggio, compiuto per la prima volta nel 1987 e più volte ripetuto, nel Caucaso, nell’ Armenia sovietica e negli archivi dell’Imperial War Museum di Londra, della Russia e di quelli, malridotti, dell’Armenia.
Il film si divide in 8 sezioni:
- Un prologo
- Il libro della storia
- Inverno 1916
- Funerale cristiano nel Caucaso
- Pietrogrado. Ultime rappresentazioni imperiali
- 1917
- Armenia sovietica, sul lago di Sevan, 1935
- L’esodo ritorna. Azerbaijan russo, 1918
Lo Stabat mater, inno funebre di Pergolesi, scorre tra i fotogrammi manipolati, rallentati, ricolorati, riempie le fughe tra un fotogramma e l’altro, è condensato nella polvere sollevata dalla carica dell’esercito turco a cavallo, nel fumo degli incendi appiccati, negli occhi delle bambine e dei bambini massacrati, piangenti tra le macerie, nei corpi delle donne e degli uomini trucidati, nel tormento e nella disperazione di chi subisce l’esilio.
Il film è un continuo andare e venire tra i tempi e i luoghi della tragedia. Si passa dalle immagini dell’esercito zarista oltre il Caucaso al “lutto corale” della folla, che si esprime in processioni e lamenti. I rituali sono lenti e solenni: i gesti dei preti che benedicono la terra, l’agitarsi delle donne, le fasi della sepoltura. Tra gli uomini in preghiera, uno solo resta come pietrificato: segue i movimenti del gruppo ma non compie alcun rito, limitandosi a tenersi la testa tra le mani.


Il dolore sui volti contratti delle donne incorniciate nei loro fazzoletti, chine sulle bare calate nelle fosse, sembra esplodere nei singhiozzi di una pellicola “gonfia di lacrime”, quasi incapace di contenere tanta disperazione.
Quale analisi è possibile? Quale sforzo interpretativo può restituire o aggiungere significazione a queste immagini? È la morte violenta, ineluttabile, definitiva.
Per Susan Sontag, trovarsi davanti al dolore degli altri significa misurarsi con lo statuto etico della visione. Sontag ci avverte che le immagini di sofferenza possono suscitare una compassione impotente o, peggio, un’assuefazione che rende chi guarda semplice persona spettatrice di una tragedia distante. Nell’opera di Gianikian e Ricci Lucchi, l’immagine non è un reperto da consumare, ma una ferita che esige ascolto.
Lo sforzo interpretativo qui non cerca, quindi, di spiegare l’orrore, che resta un vuoto incolmabile, ma di trasformare la visione in una forma di testimonianza attiva. Guardare non è più un atto passivo, ma un impegno: significa riconoscere l’umanità di quei corpi destinati all’oblio e sottrarli alla terra che li ha inghiottiti durante la fuga. Le immagini ci interpellano, trasformando lo strazio del massacro in un monito che nessuna negazione politica può più mettere a tacere.
Gli anni scorrono segnalati dalle didascalie: dalle ultime parate della Russia zarista a San Pietrogrado, al volto di un giovane Stalin che applaude la rivoluzione bolscevica, fino al 1935 sulle rive del lago Sevan. Qui il registro cambia: visi sorridenti, gesti quotidiani, persone intente a riparare le reti da pesca. È l’iconografia del realismo socialista.
In chiusura, il film compie un salto cronologico all’indietro fino al 1918, in Azerbaijan. La memoria torna a focalizzarsi sull’esodo, sulle lunghe file umane che attraversano le montagne caucasiche e i deserti. In una sorta di coazione a ripetere, ritornano il dolore e la fuga disperata, sui carri o a piedi. Ci si ritrova nuovamente all’interno delle origini della diaspora: un cerchio che non si chiude, dove il passato tracima in un eterno ritorno della sofferenza.
In questa cornice, il film smette di essere cronaca per diventare custode della presenza fantasmatica di chi è esistita o esistito, ma che ha subito una cancellazione dalla faccia della terra e dalla storia. Il cammino interrotto di ieri si trasforma in una marcia della memoria che attraversa, instancabile, il nostro presente. Solo quando l’immagine smette di essere un oggetto da guardare e consumare e diventa una domanda rivolta a noi, inizia il vero percorso della visione: un atto che non si limita alla commozione, ma che interroga continuamente le immagini e la Storia, con l’intento di leggere tra le linee di scansione che separa un fotogramma dall’altro ed esige una riflessione etica sulla nostra posizione di fronte alle tragedie altrui, riportandole, per dirla con Gramsci, “entro il cerchio della nostra umanità”.
“Ritorno a Khodorciur – Diario armeno” – Disponilbile su Raiplay al seguente link
“Uomini, Anni, Vita” – In rete su Youtube al link
Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondadori, Milano, 2003
Antonio Gramsci, articolo pubblicato su “Il Grido del Popolo”, 11 marzo 1916, anno XXII, n. 607, inserito nelle “Opere di Antonio Gramsci. Scritti giovanili” (1914-1918)


