“Digital preservation”: è davvero possibile?

di 20 Maggio 2011 0

Digital preservation

Nella giornata di giovedì 12 maggio, presso il Centro di Documentazione e Archivi di Architettura del MAXXI, si è svolto un interessante dibattito legato ai temi della conservazione dei dati digitali dei materiali provenienti dagli archivi di architettura. Il seminario, promosso da AAA Italia, l’Associazione nazionale archivi di Architettura contemporanea ha avuto l’obiettivo di offrire, a tutti coloro che operano nel settore della conservazione (documentalisti, archivisti e bibliotecari), alcuni spunti interessanti  e indicazioni fondamentali per procedere alla conservazione della memoria digitale.

Dopo il benvenuto ai partecipanti  di Margherita Guccione, Direttore del MAXXI Architettura,  e di Elisabetta Reale, del Comitato Tecnico-scientifico di AAA Italia, i lavori sono stati aperti dall’intervento di Giovanni Michetti dell’Università “La Sapienza” che ha evidenziato le criticità derivanti dall’utilizzo di materiali che degradano inesorabilmente nel tempo ponendo l’accento sul carattere “logico” del problema d’interpretazione dei contenuti presenti sui dispositivi di memorizzazione utilizzati, sulla  “mappa del tesoro” che, tra cento anni,  permetterà ai nostri nipoti di capire esattamente cosa contenga  un certo supporto –  ammesso che sarà ancora possibile leggerlo con qualche dispositivo. Secondo Michetti, pretendere di trovare una soluzione valida, univoca e definitiva al problema è pressoché impossibile, e su quest’ argomento anche l’attuale legislazione italiana non è ancora attenta a quelle strategie di conservazione, che sono comunque fortemente condizionate dall’aspetto economico.

Si possono attuare una serie di “accorgimenti”, di best practises nell’ambito della digital preservation, sia rivolte al monitoraggio del degrado tecnologico del materiale e delle infrastrutture, sia legato a quegli aspetti che possano garantire l’intelligibilità nel tempo ma sopratutto che mirano a rendere interpretabile il contesto di riferimento (specialistico, archivistico …) dei dati che saranno letti dai nostri nipoti… Sulle regole da seguire per il mantenimento tecnologico, Michetti ha posto particolare importanza sulla tecnica del MOVAGE: garantire la conservazione degli oggetti digitali attraverso interventi continui di trasformazione dei dati e delle infrastrutture tecnologiche nel tempo.

Digital preservation: una soluzione valida, univoca e definitiva al problema è pressoché impossibile. Si possono attuare una serie di “accorgimenti”, di best practises: la tecnica del MOVAGE per superare l’obsolescenza tecnologica, l’uso di standard per la conservazione di metadati informazioni di contenuto

Il problema “logico” d’interpretazione dei nostri dati a lungo termine, impone l’utilizzo di standard quali OAIS (Open Archival Information System)  in grado di conservare i dati dell’oggetto e le informazioni sulla sua rappresentazione all’interno della Comunità di riferimento. Per  Giovanni Michetti non esistono quindi  standard che risolvano il problema della digital preservation,  ma è possibile attuare una strategia complessiva ricca di fattori diversi (scelte economiche, tecnologie, movimentazione ecc..) in grado di trovare una soluzione al problema della conservazione a lungo termine.

Di particolare importanza è stato l’intervento di  Maurizio Lunghi,  Direttore Scientifico della Fondazione Rinascimento Digitale,  e di Chiara Cirinnà, ricercatrice della Fondazione.
Anche per Lunghi non esistono soluzioni definitive al problema della conservazione del sistema digitale nella sua completezza.  Ritiene utile il consolidamento di archivi digitali affidabili, che portino dietro un valore semantico, di quella conoscenza che potrà essere di utilità per la società del futuro. Chiara Cirinnà si è  soffermata sul concetto di Deposito Digitale: ha citato il TDR –  Thrusted Digital Repository, uno standard che regola gli aspetti organizzativi della conservazione a lungo termine – e sottolineato che il problema principale è quello della comunicazione e della definizione degli aspetti organizzativi della materia. Biblioteche, musei  e piccole istituzioni culturali sono stati citati come esempi di enti per il deposito digitale. Queste istituzioni, anche se con regole diverse, dovranno applicare delle policy in ambito organizzativo secondo i dettami del TDR e potranno condividere responsabilità con altre organizzazioni. Il TDR basa le fondamenta della conservazione digitale su tre aspetti: Tecnologie (strategie e tecniche di conservazione), Risorse (sostenibilità economica) e Organizzazione (procedure, piano dei rischi). La Digital Preservation è, potremmo dire,  una sorta di contratto tra il produttore di contenuti e il conservatore; occorre focalizzare  il tema della conservazione da un punto di vista concettuale (attori, forze in gioco e azioni) e non sulla tecnologia visto il suo livello di obsolescenza: questo è l’unica via per rendere un deposito affidabile.

Dopo aver passato in rassegna i criteri per la valutazione di un deposito affidabile, Lunghi ha posto l’accento sull’importanza che riveste per le istituzioni la fiducia nel conservatore e nel responsabile  del deposito digitale e delle politiche adotatte a lungo termine. Il direttore scientifico  della Fondazione ha infine  illustrato le caratteristiche del progetto “Magazzini Digitali”,  un servizio nazionale coordinato di conservazione e accesso di risorse digitali nel lungo periodo. Il sistema, fondato da BNCR, BNCF e Fondazione Rinascimento Digitale, si basa su una struttura du cluster , è scalabile e riusabile per la legge sul deposito digitale. Il servizio è a costo gratuito e la sperimentazione è partita con le tesi di Dottorato.

L’ultimo intervento è stato quello di Emilia Groppo del Cilea, il Consorzio Interuniversitario Lombardo per l’Elaborazione Automatica,  che ha illustrato le iniziative promosse dal consorzio  a partire dagli anni ’90  sul tema della conservazione digitale e del “born digital”. Dalla nascita di una digital library dell’Editoria elettronica  alle tante esperienze maturate sul campo riguardo migrazioni di dati e di oggetti digitali che hanno dato il via a una serie di progetti :  così è nato  CDL (CILEA Digital Library) che ha lo scopo di mettere a disposizione dell’utenza risorse digitali (riviste, monografie, banche dati), fornendo organizzazione, supporto commerciale, tecnico-gestionale e assistenza per l’accesso.

Nell’ affermare l’assoluta necessità di fare “movage” dei dati e dei sistemi, la dottoressa Groppo ha parlato della partecipazione di Cilea – come contributor  – al DuraSpace,  la Fondazione americana che ha sviluppato la piattaforma opensource Fedora-Commons adottata da Cilea come sistema per l’archiviazione di oggetti digitali. Su questa infrastruttura tecnologica Cilea ha sviluppato DigA, la propria piattaforma per Digital Archiving le cui principali caratteristiche sono:

  • L’apposizione della firma digitale e della marca temporale
  • L’implementazione di procedure di integrità e reperibilità

Anche il prodotto di punta Codex[ml], sistema che risponde al ciclo di vita completo di un oggetto digitale (prevedendo la Digital preservation, l’import e la creazione/modifica di oggetti digitali, la fruizione web delle risorse elettroniche, la distribuzione secondo lo standard dell’OAIS) aderirà in tempi brevi  alla piattaforma Fedora-Commons.

Tra i progetti più rilevanti illustrati dalla dottoressa Groppo, il DAI  – Digital Ambrosiana on Internet -che prevede la digitalizzazione di tutti i manoscritti di una delle più importanti biblioteche italiane: più di 36.000 manoscritti, per centinaia di migliaia di fogli. Tra i problemi di digital preservation posti in evidenza nella fase di individuazione dei requisiti di progetto l’autenticità delle copie digitali e l’autorevolezza delle fonti. Il  DAI consente infatti di mantenere all’interno della Biblioteca il controllo qualitativo dei contenuti e delle informazioni messi in rete.  Ad ulteriore garanzia della qualità del lavoro della digitalizzazione in corso l’utilizzo di una piattaforma riconosciuta a livello internazionale, che permette di aggiornare in tempo reale le tecnologie superando il problema dell’obsolescenza digitale. Il progetto prevede un’estensione limitata nel tempo – 5 anni – per garantire  la disponibilità di un formato  sempre leggibile.

Un altro ambizioso progetto, che ha visto il Cilea protagonista  nelle fasi di digitalizzazione e gestione riguarda  Il progetto Atl@nte dei Catasti Storici: in questo portale circa 28.000 mappe, in prevalenza dei Comuni della Provincia di Milano conservate nell’Archivio di stato di Milano e  realizzate in alta definizione con formato tiff piramidale (pyramid encoded tiff) saranno consultabili  ed acquistabili online attraverso l’Atl@nte.  Nel portale  è possibile avviare le ricerche  delle mappe catastali non solo per chiavi di ricerca come i toponimi ma anche attraverso la georeferenziazio­ne territoriale, su base regionale – provinciale, delle carte topografiche storiche della Lombardia.   Il recupero dei valori storici che si sono stratificati nel tempo in questo patrimonio(cultura materiale e an­tropica, paesaggio, uso storico della terra nei secoli, tracce del lavoro dell’uomo), oggetto di crescente attenzione e sensibilità, può oggi diventare un volano del motore che assegna alla cultura un ruolo centrale nell’economia della conoscenza. Dal punto di vista della digital preservation sono stati utilizzati strumenti opensource, formati aperti per la georeferenziazione.

Digital preservation: una soluzione valida, univoca e definitiva al problema è pressoché impossibile. Si possono attuare una serie di “accorgimenti”, di best practises: la tecnica del MOVAGE per superare l’obsolescenza tecnologica, l’uso di standard per la conservazione di metadati informazioni di contenuto
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