Il salvataggio di Olivetti nelle carte dell’Archivio storico Mediobanca

di 23 Dicembre 2019 0

Nel 1951 Adriano Olivetti affida ad un giovane architetto napoletano, Eduardo Vittoria allora appena ventottenne, la progettazione del Centro Studi ed Esperienze della Olivetti a Ivrea. A questo incarico, negli stessi anni, se ne aggiungono altri: il progetto di copertura dell’Officina H degli stabilimenti ICO di Ivrea; la fabbrica di San Bernardo di Ivrea (1956), la centrale termica (1958); e, dopo la morte di Adriano Olivetti, in collaborazione con Marco Zanuso, gli stabilimenti di Crema (1968), Scarmagno (1969) e Marcianise (1970).

La “casa blu”, come è comunemente conosciuto l’edificio per il caratteristico rivestimento di piastrelle di colore azzurro-blu, viene aperta nel luglio 1955. Solo pochi mesi prima, ad aprile, era stato invece inaugurato lo stabilimento di Pozzuoli, progettato da un altro architetto napoletano, Luigi Cosenza, già molto affermato esponente di quella corrente razionalista, alla quale appartenevano anche gli architetti milanesi Luigi Figini e Gino Pollini, che tra il 1934 e il 1936 avevano realizzato il primo ampliamento degli stabilimenti Olivetti di Ivrea.


Venezia, 1960 / Paolo Monti,  Biblioteca digitale BEIC 

Il grande successo di vendita e gli ampi margini garantiti dalle produzioni di calcolatrici meccaniche e macchine da scrivere alimentano nel corso degli anni Cinquanta l’impetuoso sviluppo produttivo dell’azienda, che trova una sua plastica manifestazione anche nell’apertura degli show-room sulla Fifth Avenue di New York (1954), sotto i portici delle Procuratie Vecchie di piazza San Marco (1958, nella foto), a Parigi in  Faubourg St. Honore (1959).

Olivetti è un’icona di stile e di successo, uno dei protagonisti più smaglianti di quella “Italia in cammino”, lanciata alla rincorsa delle principali economie industriali occidentali, che viene raccontata dal documentario commissionato alla Incom dal Servizio informazioni della Presidenza del Consiglio nel 1958.

Solo pochi anni dopo la situazione di Olivetti cambia radicalmente. Nel 1963 l’azienda, ormai orfana della guida di Adriano morto improvvisamente ad aprile del 1960, ma ancora direttamente controllata dai diversi membri della famiglia, deve fronteggiare una pesantissima crisi finanziaria. Molto si è discusso delle cause di questa situazione: l’acquisizione della Underwood, colosso delle macchine da scrivere, per realizzare l’espansione commerciale sul difficile mercato americano; i rilevantissimi investimenti nell’elettronica, che portano nel 1959 alla produzione di un innovativo sistema mainframe, l’Elea 9003, il primo elaboratore elettronico commerciale completamente transistorizzato realizzato al mondo; l’avventura politica di Adriano Olivetti, che, eletto alla Camera nelle elezioni del 1958, si allontana da Ivrea fino alle dimissioni da deputato presentate a fine 1959.

Ed è la famiglia, fortemente divisa al suo interno, ad affidare nel 1963 la ricerca di una soluzione stabile per l’azienda a Bruno Visentini, prima esponente del partito d’azione e poi del partito repubblicano di Ugo La Malfa, ministro nei governi Moro, Andreotti e Craxi. In quegli anni Visentini è vicepresidente dell’Iri: nel 1964 diventa presidente della Olivetti e affida la pratica del suo “salvataggio” alla Mediobanca di Enrico Cuccia.

La recentissima apertura al pubblico dell’archivio storico Mediobanca, intitolato a Vincenzo Maranghi (ne abbiamo dato notizia il 18 novembre scorso in L’archivio storico di Mediobanca apre le sue porte agli studiosi), rende disponibile un rilevantissimo corpus documentario su questo decisivo tornante della storia industriale italiana, che la pubblicazione del volume Mediobanca e il salvataggio Olivetti. Verbali delle riunioni e documenti di lavoro 1964-1966, a cura di Giampietro Morreale, provvede a documentare: il volume, scrive Renato Pagliaro nella sua Prefazione, raccoglie “la serie completa delle note interne e dei verbali delle riunioni che scandirono l’operazione di ricapitalizzazione a opera del cosiddetto ‘Gruppo di intervento’, dalle premesse alla sua esecuzione”. 

La documentazione pubblicata non stravolge il consolidato quadro interpretativo della vicenda, ma indubbiamente consente di approfondire la conoscenza sulle posizioni dei diversi protagonisti (“siamo in mano a matti criminali”, dice Roberto Olivetti nel primo colloquio con Cuccia e Silvio Salteri del 25 gennaio 1964, parlando dei familiari ancora all’oscuro della trattativa, p. 44), il “metodo” di lavoro di Cuccia e della “sua” Mediobanca e, in combinazione con altre fonti già disponibili per gli studiosi, i meccanismi decisionali e di funzionamento del sistema produttivo italiano nella sua accelerata trasformazione per diventare una delle principali economie industriali occidentali. Acquisita la disponibilità di Fiat e Pirelli a partecipare al “gruppo d’intervento” per il salvataggio dell’azienda di Ivrea, è proprio Cuccia, come riportato in uno dei primi verbali pubblicati (documento 4, pp. 52-57), a definire le condizioni di questa operazione, prospettando la vendita del comparto dei grandi elaboratori: “Si potrebbe anche pensare a un eventuale scorporo del settore elettronico della Olivetti […] Ora che l’esperienza è fatta, il settore elettronico – che richiede ingenti investimenti – potrebbe essere scorporato e venduto”. Le ragioni e le modalità di questa “dolorosa” ritirata vengono discusse in una successiva riunione (documento 36, 15 luglio 1964, pp. 128-133): “la Olivetti  – dice Visentini – non ha sufficienti risorse per portare avanti da sola l’affare elettronico”, in quanto “non ha dietro le sue spalle” la necessaria forza, “rappresentata dalle dimensioni dell’economia nazionale, dalle risorse di mercato e dalle possibilità nel campo della ricerca”, trovando piena sintonia sia in Pirelli, che esclude “categoricamente la possibilità di ‘marciare da soli’ in questo settore”, sia in Agnelli, entrambi presenti alla riunione. L’impegno della General Electric nell’affare ammonta a 50 milioni di dollari di capitale e 25 a copertura delle perdite previste (pari a circa 50 miliardi di lire). Il finanziamento atteso dal “gruppo d’intervento” si aggira invece sui 20-25 miliardi di lire.


Calcolatore programmabile da tavolo Olivetti Programma 101 (https://www.museoscienza.org/it/collezioni/oggetti/Olivetti-P101)

Nonostante il brusco stop ai programmi, le competenze acquisite consentono alla Olivetti di mettere a segno un nuovo significativo successo con l’avvio in produzione nel 1965 del “Calcolatore programmabile da tavolo Olivetti Programma 101”, su progetto dell’ing. Pier Giorgio Perotto, un prodotto di largo consumo, che portava le capacità di calcolo e programmazione direttamente sulla scrivania dell’operatore (in occasione del cinquantesimo anniversario abbiamo già dedicato un articolo di ricostruzione a quell’evento, Welcome to the world of the tomorrow: la presentazione di Programma 101 a Milano è anche raccontata nei servizi dei cinegiornali Panorama cinematografico, Caleidoscopio Ciac e Radar dall’Archivio storico Luce).  La scelta compiuta l’anno precedente di cedere alla General Electric il comparto elettronico di Olivetti, ha alimentato negli anni a seguire una vasta pubblicistica sull’occasione mancata dell’industria italiana, dal titolo del volume del 1979 di Lorenzo Soria, Informatica: un’occasione perduta. La divisione elettronica dell’Olivetti nei primi anni del centrosinistra. Ma soprattutto, si conferma che quella decisione non sembra poggiare su ragioni tecnico-produttive, quanto piuttosto sulle debolezze del sistema economico e imprenditoriale italiano e sulla sua incapacità di capitalizzare e consolidare la grande rincorsa compiuta negli anni Cinquanta.

In questa prospettiva colpisce l’assoluto silenzio della politica sull’intera vicenda e, considerando anche il ruolo di Visentini ai vertici dell’Iri, il mancato coinvolgimento dell’istituto di via Veneto, che pure di lì a qualche anno avvia, su impulso di Pasquale Saraceno, una propria iniziativa nel settore dell’informatica, che porterà alla costituzione nel 1969 di Italsiel. È Visentini a spiegarne le motivazioni in una riunione in Mediobanca dell’8 aprile 1964 (documento 25, pp. 107-109): “pregiudiziale è la posizione della famiglia, la quale non intende trattare con l’IRI ma vuole liberamente scegliersi i suoi compagni di viaggio”, rassicurando inoltre i partecipanti alla riunione, che “le Autorità di Governo non faranno alcuna opposizione all’eventuale accordo tra l’Olivetti e un gruppo estero per la sistemazione del Settore elettronico”.

Nelle carte dell’Archivio storico dell’Iri, depositato presso l’Archivio centrale dello Stato, non risulta, perciò, alcuna evidenza sull’intera vicenda del salvataggio Olivetti. Ma spesso le assenze sono altrettanto significative dei riscontri documentali. Anche la pratica Edison, forse la principale operazione di smobilitazione degli anni Trenta di un’azienda passata all’Iri al momento della sua costituzione, lascia ben poche tracce documentarie in quell’archivio. In entrambi i casi, può dirsi, quei “campioni nazionali” dovevano restare saldamente nelle mani degli imprenditori privati, “ad ogni costo”. Nel caso della Olivetti quel costo fu pagato con la rinuncia a giocare un ruolo da protagonista nel nuovo mercato dell’elettronica.


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