Il giorno della memoria

di 27 Gennaio 2012 2

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” (Primo Levi).

Il 15 luglio 1938 il Giornale d’Italia pubblica un documento dal titolo Il fascismo e i problemi della razza. Lo stesso articolo sarà ripubblicato nell’agosto successivo sul primo numero di una nuova rivista, La difesa della razza. Tra i firmatari spiccano i nomi di Giovanni Gentile, Galeazzo Ciano, Luigi Gedda, Giovanni Papini e Agostino Gemelli ma anche personaggi che acquisiranno notorietà negli anni successivi come Giorgio Almirante e Amintore Fanfani.
E’ il primo passo verso la promulgazione delle leggi razziali che avranno una sistemazione definitiva tra la fine del 1938 e l’inizio del 1939.
Il 20 gennaio  2000 una legge di iniziativa parlamentare, primo firmatario Furio Colombo come si legge nella scheda del portale storico della Camera dei deputati,  chiede l’istituzione del “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebreo e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. La legge è approvata il 20 luglio  : “La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.
Dal 2001, ogni 27 gennaio iniziative pubbliche ricordano il dramma della Shoah.
Una delle angosce maggiori dei sopravvissuti allo sterminio è sempre stata proprio quella che si perdesse la memoria di quanto accaduto e quella di non essere creduti. In un mondo come quello uscito dalla guerra sembrava prevalere il desiderio di dimenticare. Se questo è un uomo, il capolavoro di Primo Levi, venne scritto tra fine 1945 e inizio 1947, ma fu rifiutato da Einaudi e pubblicato dalla casa editrice Francesco De Silva in pochissime copie. Solo nel 1958 l’editore torinese tornerà sui suoi passi pubblicando il romanzo e contribuendo quindi all’enorme e meritato successo che avrà in tutto il mondo.
Una delle funzioni degli archivi dovrebbe essere proprio quella di garantire la memoria di quanto è successo. Con un’avvertenza, però: di non cadere mai nell’equivoco di considerarli fonti neutre e quindi assolutamente veritiere.
Se facessimo una ricerca nell’archivio dell’Istituto Luce, non troveremo nulla sulla promulgazione delle leggi razziali. E sono assenti anche accenti marcatamente antisemiti. Questo però non autorizza a dare, come pure qualcuno ha fatto, un’interpretazione riduttiva dell’antisemitismo italiano: le persecuzioni e le deportazioni ci furono, i professori ebrei furono cacciati dalle università e dalle scuole, furono vietati i matrimoni misti. Semplicemente il regime, probabilmente, sapeva che un provvedimento del genere non sarebbe stato facile da far digerire, soprattutto alla maggioranza della popolazione che si abbeverava alla propaganda dei cinegiornali; decise quindi di delegare alla carta stampata questa parte pur rilevante della propria politica.
Un altro aspetto da tenere in considerazione è la banalizzazione di quanto successo. Purtroppo è una cosa cui assistiamo tutti i giorni e cui sembra molto difficile porre rimedio. E la banalizzazione è spesso l’anticamera necessaria dell’oblio.
Banalizzare significa mettere l’accento sul numero dei morti, come se due milioni di ebrei sterminati fossero meno rilevanti di sei; banalizzare significa fare la pubblicità di una palestra utilizzando l’immagine dei binari che portavano ad Auschwitz con la scritta: “Dai l’addio alle tue calorie”; banalizzare significa contrapporre sempre, come qualcuno ha fatto, all’olocausto degli ebrei qualche altro episodio tragico della storia; banalizzare significa anche pubblicare un titolo come quello de Il giornale di questa mattina: A noi Schettino a voi Auschwitz. Banalizzare significa non punire chi espone croci uncinate negli stadi e permettere a un professore di Torino di inondare la sua bacheca di Facebook con disgustose prediche antisemite e difendersi poi sventolando la bandiera della libertà di opinione.
Contro questa banalizzazione, e a maggior ragione contro revisionismi e negazionismi di ogni genere, ben vengano quindi tutte le iniziative che intendono tenere vivo il ricordo di quanto successo settanta anni fa: dalla Shoah Foundation al Museo della Shoah. E ci piace ricordare, concludendo, l’ultimo progetto cui stava lavorando Ansano Giannarelli, scomparso lo scorso agosto, con l’Archvio Audiovisivo del movimento operaio e democratico: un portale per una ricognizione su tutto quanto fosse stato prodotto in Italia sulla Shoah, cui avrebbe dovuto far seguito analoga ricerca per l’Europa e per il resto del mondo. Era un progetto cui teneva particolarmente e che purtroppo non ha fatto in tempo a vedere compiuto e che ci piacerebbe possa essere portato a termine.

Share