Il ghetto di Roma, quel 16 ottobre del ‘43

Nessuno poteva pensare a quello che poteva succedere
di 27 Gennaio 2022 1

“Tutto quello che ho è questo. Vendo i bruscolini davanti al cinema Reale”…Olga Di Veroli, ragazza del ghetto nel settembre del ’43, ha il compito, con altri giovani, di aiutare la Comunità ebraica a raccogliere 50 chili d’oro in un giorno e mezzo, da consegnare ai tedeschi. I nazisti di Kappler minacciano la deportazione di 200 ebrei in caso di inadempienza. Olga, seduta nella sala del Consiglio nei locali comunitari accanto alla Sinagoga, ricorda ancora con commozione la signora anziana, la “donnetta di campagna”, che dona con generosità, avvolgendola in un abbraccio, un paio di orecchini senza valore. E’ una delle tante testimonianze raccolte nel 1983 da Ansano Giannarelli per il documentario Memoria presente – Ebrei e città di Roma durante l’occupazione nazista.
La voce si sparge in città. In quei giorni anche alcuni “non ariani” – scriveva Giacomo Debendetti nella sua cronaca del 16 ottobre 1943 – con timidezza, si presentavano vicino gli uffici della Comunità per aiutare gli ebrei. Altri per vendere oro. Avevano visto gli ebrei impoverirsi, vessati dalle persecuzioni fasciste che avevano nel ’40 vietato anche il piccolo commercio al dettaglio: la maggior parte della comunità era costituita da venditori ambulanti e commercianti. Il tesoro viene dunque raccolto, si supera anche la quota richiesta e la comunità tira un sospiro di sollievo. Si parte verso Villa Wolkonski, sede dell’ambascita tedesca con 10 casse cariche di oro: due orafi, i presidenti della comunità, seguono il trasporto. Kappler dirotta il corteo a via Tasso. Nonostante la consegna dell’oro, il 29 settembre le SS si presentano al ghetto per sequestrare archivi, documenti e qualche giorno dopo, guidati da un cultore di paleografia e filologia semitica, fanno razzia dei preziosi esemplari manoscritti, codici, pergamene conservati nella Biblioteca rabbinica e della Comunità. Tutto verrà spedito a Monaco. Nell’incursione i tedeschi sequestrano anche la lista dei contribuenti che, assieme al censimento istruito da Mussolini nel ’38, servirà per identificare gli ebrei da deportare. Forse per stanchezza mista a speranza gli ebrei credono che sia finita lì. Non tutti: i genitori di Lia Levi non si fidano e mettono in salvo le figlie in un convento. La notte di venerdì 15 ottobre gli ebrei sentono degli spari nel ghetto. Poi alle 5 del 16, Shabbat di pioggia, le strade risuonano del passo cadenzato dei tedeschi che circondano le case e danno il via al rastrellamento. Alle 5, ma Debenedetti parla di un’ora psicologica perché il tempo terribile della sciagura è elastico per i testimoni.

Foglio consegnato agli arrestati del 16 ottobre 1943 a Roma, con l’elenco delle cose da portare, Archivio CDEC

Lo spazio della razzia è il ghetto, anche se gli arresti avvengono in tutta la città. Viveri per almeno 8 giorni, tessera annonaria, carta d’identità, bicchieri; biancheria denaro e gioielli: questo l’elenco delle cose da portare con sé nel bagaglio, da approntare in 20 minuti. Non bisogna credere, racconta ancora Debenedetti, che la tragedia si sia svolta in un’atmosfera di solennità: “le persone seguitavano a parlare tra di loro, a gridarsi degli avvisi, delle raccomandazioni, come nella vita di tutti i giorni”. All’inizio si pensa che i tedeschi vogliano requisire forza lavoro e siano mobilitati per portare via gli uomini. Presto sarà evidente che il rastrellamento coinvolge tutta la popolazione, donne, bambini, malati.

Disco con le interviste ai sopravvissuti alla razzia del 16 ottobre 1943, Archivio CDEC


La Fondazione Centro di Documentazione Ebraica di Milano pubblica oggi online 6 straordinarie testimonianze orali ritrovate in archivio di 6 ebrei romani sopravvissuti alla razzia del 16 ottobre, intervistati nel 1955, a solo dieci anni dalla Liberazione. Le voci di Lazzaro Anticoli, di Cesare Di Segni e del figlio Lello Di Segni, di Angelo Sermoneta, di Mario Piperno e Luciano Camerino – registrate su 5 dischi in vinile 33 giri – hanno il sapore della semplicità e dell’ingenuità, commenta su Repubblica oggi Liliana Picciotto, responsabile per la ricerca storica della Fondazione CDEC. “All’epoca non c’era ancora un’elaborazione pubblica della memoria a cui poter attingere” sottolinea con acutezza Laura Brazzo, responsabile dell’archivio storico CDEC e autrice del ritrovamento, intervistata da Simonetta Fiori.

Non pensavamo mai che erano per noi” commenta Lazzaro Anticoli ricordando gli spari nella notte e l’arrivo dei tedeschi in casa: “restai un pò sorpreso, restai un pò male”; “Nessuno poteva pensare a quello che poteva succedere” dice Lello Di Segni; o “pensavo che ci avrebbero portati nei campi di lavoro […] che ci saremmo riuniti la sera con la famiglia” è il pensiero quasi corale di Cesare Di Segni. Cesare riabbraccerà il figlio ma perderà la moglie e 3 figli: e lo stupore del male è in quel distacco impietoso e definitivo al campo: “senza salutarci, senza dirci addio, un bacio ai bambini… Nulla!”

1259 persone sono ammassate nel fossato del Portico di Ottavia, fra i ruderi. Poi trasportati  nei locali del Collegio militare in via della Lungara. La mattina del 17, il giorno dopo, sono liberate 237 persone. Il 18 ottobre 1022 ebrei sono caricati su autocarri, condotti alla stazione Tiburtina, stipati in  18 convogli di carro bestiame piombati. Arriveranno ad Auschwitz dopo 6 giorni.

Sabato 23 ottobre inizierà la selezione: 839 su 1022 sono destinati subito alla camera a gas. Delle 700 donne arrestate tornerà solo Settimia Spizzichino la cui testimonianza è raccolta da Gianni Bisiach in una puntata di Moviola nella storia. Dopo la razzia dell’ottobre ’43 gli ebrei  torneranno nelle loro case, anche al ghetto. Altri 1000 saranno arrestati dall’ottobre  del ‘43 al giugno del ’44, molti per delazioni (la taglia per la cattura di un ebreo era di 5000 lire per gli uomini) e su iniziativa dei fascisti italiani.

Perché gli ebrei non cercarono di mettersi in salvo? Pensavano, dice Anna Foa, che la città aperta, fosse uno spazio protetto. E che sotto le finestre del Papa nulla potesse accadere agli ebrei.

Abitanti del Ghetto, Archivio fotografico Fondazione Giuseppe Primoli

Per la storica il ghetto, nato con la separazione del 1555 quando Paolo IV Carafa istituì una rigida segregazione del quartiere degli ebrei che abitavano la città dai tempi della Repubblica romana o immigrati, da quelli dell’espulsione della Reconquista; vissuto per secoli nella città della cristianità, dissolto con la Breccia di Porta Pia, era memoria storica di una presenza secolare, vociante all’ombra del papato.
Dopo il 16 ottobre, secondo Anna Foa, il  ghetto divenne per la comunità anche un ricordo di morte.


La cronaca è tratta da Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, Einaudi, 2001

Anna Foa ha scritto molto sul ghetto; in rete di grande interesse la lezione La storia del ghetto di Roma, o l’articolo 16 Ottobre 1943. L’arresto e la deportazione degli ebrei del ghetto.

La Fondazione AAMOD ha pubblicato online il film di Giannarelli ma si consiglia la lettura della scheda d’archivio, anch’essa disponibile online, ricca di materiali interessanti sulla preparazione del documentario, la realizzazione delle interviste…

Gli articoli citati su Repubblica di oggi, 27 gennaio 2022, sono: La giornata della memoria. Le domande che resteranno senza risposta, di Liliana Picciotto e La scoperta a Milano. Sono queste le prime voci della Shoah, di Simonetta Fiori.

C’è da perdersi nei materiali e nelle risorse pubblicati dalla Fondazione CDEC nella sua digital library: oltre le interviste citate (disco 1, disco 2, disco 3) si consiglia anche la mostra digitale La persecuzione degli ebrei in Italia 1938 – 1945, da cui è tratta l’immagine in evidenza sulla famiglia Bondi, vittima dei rastrellamenti del 16 ottobre e deportata ad Auschwitz.

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