Ragione e pregiudizi

carta, libro, digitale
di 8 luglio 2011 1
Vivien Leigh in Via col vento

Vivien Leigh nei panni di Rossella O’Hara in “Via col vento”

Partiamo dalla fine.

Robert Darnton, storico dell’illuminismo e direttore del sistema bibliotecario di Harvard, chiudendo il testo del suo articolo apparso sul fascicolo del 23 dicembre scorso della “New York Review of Books” e poi inserito come post scriptum del volume Il futuro del libro, pubblicato in Italia da Adelphi, sulle difficoltà delle biblioteche di ricerca e sui rischi connessi per “l’intero mondo della cultura”, lancia un appello ad una “nuova ecologia, basata sul bene pubblico invece che sul guadagno privato” ed esprime l’auspicio di una “generale trasformazione di quella che chiamiamo società dell’informazione”. Può non sembrare una conclusione sufficiente, riconosce lo stesso Darnton, di fronte alla vastità delle trasformazioni in corso.

Sull’orizzonte ancora così fluido e incerto del nostro futuro digitale si staglia la sagoma ben definita del monopolio informativo costruito in questi ultimi anni da Google. Harvard è stata tra i primi e principali partner del progetto partito nel 2004 con il nome di Google Print e trasformato poi in Google Books Search: il digitale può essere un “naturale” alleato del libro cartaceo, il cui mercato del resto continua a crescere; ma sette o dieci milioni di volumi già disponibili in digitale (i numeri, in verità, sono un po’ ballerini) determinano un vantaggio che difficilmente qualsiasi altro soggetto potrà mai recuperare. Le enormi potenzialità del progetto sono testimoniate, del resto, dalle più recenti adesioni: nel marzo del 2010 viene firmato un accordo tra Google e il nostro ministero dei Beni culturali per la digitalizzazione di un milione di volumi delle biblioteche nazionali di Roma e Firenze; il 20 giugno di quest’anno un accordo analogo è stato annunciato dalla British Library per rendere disponibili 250.000 volumi per 40 milioni di pagine comprese tra il 1700 e il 1870.

Le chiavi dell’accesso futuro ad una possibile (e auspicabile?) biblioteca digitale universale sono state per tempo consegnate ad un unico operatore, privato e transnazionale? L’uso che vorrà farne dipenderà solo dalle sue scelte e queste scelte, per definizione, dipendono innanzitutto dagli interessi degli azionisti. Nulla, per ora, lascia intravedere scenari apocalittici: il conto economico di Google, che ottiene oltre il 95% dei ricavi da servizi di advertising (diretto e indiretto) sembra una garanzia sufficiente alla più ampia accessibilità anche di questo patrimonio. Non ci sono dubbi, d’altro canto, che sulle spalle, invero ampie, del gigante di Mountain View sono state fatte ricadere enormi responsabilità di “mediatore culturale globale”.

Le chiavi dell’accesso futuro ad una possibile (e auspicabile?) biblioteca digitale universale sono state per tempo consegnate ad un unico operatore, privato e transnazionale?

E come monopolio, potrà dettare le sue regole, i suoi prezzi, i suoi gusti. O meglio, paradossalmente, nell’epoca della difesa ad oltranza del diritto alla privacy, sarà in grado di interpretare i gusti dei singoli. proponendo ad ognuno le letture adatte e l’informazione “adeguata”.

In un recentissimo volume, The filter bubble, Eli Pariser indaga i modi in cui i grandi fornitori di “conoscenza” su Internet, come Google, Facebook o Amazon, tendono a personalizzare le risposte fornite agli utenti in base alle informazioni in proprio possesso sui “gusti” dei singoli, in modo da poter ulteriormente specializzare e rendere più incisiva la loro capacità di offerta. Se ne può leggere una sintesi in un articolo apparso su ”The Observer” del 12 giugno e pubblicato in italiano sul numero del 1° luglio dell’”Internazionale”: “Il codice della nuova rete è piuttosto semplice. I filtri di nuova generazione guardano le cose che ci piacciono – basandosi su quello che abbiamo fatto o che piace alle persone simili a noi – e poi estrapolano le informazioni … filtrano un universo di informazioni specifico per ciascuno di noi, una ‘bolla dei filtri’, che altera il modo in cui entriamo in contatto con le idee e le informazioni”. L’azione di questi meccanismi finisce per avere risultati di segno contrapposto sull’utente-consumatore, che viene aiutato e invogliato a scegliere, e sull’utente-cittadino, che rischia di subire una menomazione impercettibile ma irreversibile del proprio diritto ad essere informato: “la personalizzazione può produrre una sorta di determinismo dell’informazione, in cui quello che abbiamo cliccato in passato determina quello che vedremo in futuro … Rischiamo di restare bloccati in una versione statica e sempre più ridotta di noi stessi, una specie di circolo vizioso”.

Il dinamismo dei grandi protagonisti dell’informazione digitale e la loro indubbia capacità di riorganizzare le forme della comunicazione, anche trovando inaspettate e cospicue fonti di risorse finanziarie, rischia, in buona sostanza, di porre in una perenne condizione di marginalità e di ricatto economico tutto il mondo della produzione e della comunicazione digitale. Ma non solo. In ballo finisce per esserci lo stesso pluralismo dell’offerta culturale e informativa, condannata per sopravvivere a non cambiare, a replicare se stessa sempre uguale, di continuo.

Matrix 3 - machine city

Machine City da “Matrix Revolutions”

A determinare questa situazione hanno concorso diffuse debolezze e ritardi, nonché alcuni pregiudizi, che ancora oggi faticano ad essere rimossi.

Innanzitutto, il rapporto tra libro e digitale continua ad essere letto in maniera conflittuale, come se il secondo dovesse necessariamente “sostituire” il media tradizionale e a questo non resti altra strada che resistere o morire. Proprio la storia dei media culturali, dai rotoli, al libro, alla televisione e ad internet, dimostra come le transizioni e le contaminazioni siano sempre stati processi di lunga durata. A dispetto di estremismi tecnologici e di una troppo spesso confusa  e acritica spinta verso la cosiddetta dematerializzazione, il libro e la carta non sono ancora giunti al capolinea (come “mezzo” di comunicazione, ma ancor più come “mezzo” di conservazione) e il digitale non può ancora candidarsi alla loro sostituzione, ma solo affiancarsi ad essi, ritagliandosi un proprio spazio.

Una seconda trincea è stata eretta a tutela della casamatta del diritto d’autore, minacciato dalla semplicità di trasporto e di copia all’infinito del testo digitale. In realtà, la circolazione digitale di una qualsiasi opera dell’ingegno è soprattutto in grado di favorirne la diffusione e la conoscenza. Nel nuovo paesaggio digitale appare riduttivo, ma soprattutto inefficace, limitarsi ad una semplice difesa dello status quo. Così come onerosa e inutilmente “vessatoria” per gli utenti si è rivelato il ricorso a complicati sistemi di gestione dei diritti digitali. Nella sua attuale configurazione, che riconosce una tutela comune a tutti i soggetti interessati (autori ed editori), la disciplina del diritto d’autore fotografa la condizione esistente prima dell’avvento della rete, privilegia  il responsabile della produzione del bene fisico (l’editore, che nella stragrande maggioranza dei casi acquisisce in toto tutti i diritti economici dell’autore dell’opera) ma rischia di rappresentare un inutile, insormontabile ostacolo non solo alla diffusione dell’opera ma anche alla ricerca di nuovi canali di reddito.

Le ragioni di questa “guerra di trincea” si alimentano di alcune ovvie argomentazioni sui costi della cultura e dell’informazione. Che, però, non sono ancora state in grado di produrre soluzioni praticabili e generalizzabili di remunerazione del lavoro culturale. Ma soprattutto affondano le radici nel pericolo denunciato da più parti che la progressiva disintermediazione operata dalla rete e dalle tecnologie dell’informazione scardini l’intera filiera produttiva “del libro, della musica, dei grandi patrimoni informativi”, come ha recentemente ricordato Peppino Ortoleva (Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2011): è possibile che la rete, si chiede lo storico torinese, stia “contribuendo a minare alla fondamenta quel modello di professione che è stato nell’ultimo secolo alla base dell’idea di intellettuale?”; “può davvero una ‘società della conoscenza’, in nome magari della democrazia dell’accesso, fare a meno di chi alla produzione e circolazione della conoscenza si dedica per vocazione e per professione?”

Non c’è dubbio che la disintermediazione sia uno dei processi caratteristici dello sviluppo del Web, che offre all’utente le chiavi di accesso diretto a beni e servizi: sportelli bancari, agenzie di viaggio, biglietterie appaiono sempre più “luoghi in via di estinzione”, come già dimenticati sono molti lavori e professioni di un pur recente passato. Ben difficilmente sarà possibile contrastare tendenze generali del genere solo sulla base di una reclamata specificità del lavoro culturale. Se le biblioteche e le sale di lettura resteranno comunque fondamentali luoghi di socializzazione e di scambio culturale, il Web è già ora il primo strumento al quale ci si affida per trovare informazioni su un autore, una citazione bibliografica, la verifica di un rimando; sul proprio pc o magari direttamente sulla rete grazie ad uno dei servizi di social bookmarking si organizza il proprio schedario di riferimenti; quando è possibile, si prenota da casa la consultazione di un fascicolo d’archivio o di un volume a stampa, se non si può addirittura accedere direttamente al documento digitalizzato.

Ma lungi dall’esaurirsi, sulla rete “il ruolo della mediazione informativa tende in questi casi a rafforzarsi”, sottolinea Gino Roncaglia nel suo bel libro, La quarta rivoluzione, pubblicato lo scorso anno da Laterza: “il ruolo dei bibliotecari non solo non è venuto meno ma si è rivelato cruciale davanti al compito di aggiungere metainformazione semantica alle informazioni disponibili in rete, di orientare l’utente-cittadino all’interno di un universo informativo in perenne mutamento … di integrare informazione a stampa e informazione on-line, di trasferire in digitale l’informazione disponibile su carta, di lavorare per garantire la conservazione a lungo termine anche dell’informazione digitale”.

Possiamo ora tornare alle conclusioni dell’articolo di Darnton, dalle quali eravamo partiti.

Verso un ecosistema digitale “sostenibile” della comunicazione culturale: valorizzare le differenze, le specializzazioni, le professioni.

Di fronte all’impegnativo programma di lavoro indicato da Roncaglia l’auspicio espresso dallo storico statunitense non rischia più di apparire solo un generico appello, ma individua un concreto spazio di azione per tutti gli operatori della comunicazione culturale nell’ecosistema della rete. Se una biblioteca, che acquista un libro o una rivista e la concede in libera lettura ai suoi utenti, non può svolgere questo suo ruolo anche sul Web, in nome di un dilatato principio di difesa del diritto d’autore, rischia di perdere la sua stessa ragion d’essere digitale. E presto, messa di fronte a soggetti che possono offrire (ora gratuitamente e, forse, domani a pagamento) l’accesso on line a quei volumi, anche il suo stesso “posto” fisico. A quel punto il monopolio informativo digitale che si sta in questi anni consolidando sarà diventato inattaccabile.

“Oggi vediamo quale grande occasione abbiamo sprecato”, annota Darnton. Ma forse è possibile proprio dall’esperienza maturata in questi anni, dalla capacità mostrata dai nuovi “mediatori” di produrre reddito, dalla diffusione di tecnologie accessibili come il cloud computing, riuscire a immaginare e praticare le strade per rompere questo accerchiamento. La soluzione, però, non sembra risiedere nel costruire un diverso monopolio, magari pubblico, di fronte al monopolio commerciale, opporre Europena a Google. In fondo il meccanismo non cambierebbe: si tratta comunque di portare tutto il fieno in un’unica cascina, uniformare le differenze, nascondere le imperfezioni e con esse le ricchezze; e la diversa governance può non essere sempre una garanzia sufficiente di pluralismo.

Il tragitto da percorrere per costruire un ecosistema digitale “sostenibile” non può quindi che muovere dalla specializzazione dell’offerta, dalla diversità e dal protagonismo di soggetti plurali, dalla moltiplicazione delle fonti e delle risorse disponibili, dalla valorizzazione della localizzazione dei contenuti. Naturalmente, in un sistema di rete fortemente interconnesso non sarebbe certo possibile anche solo scalfire un insediamento così vasto e ramificato dissodando in solitudine piccoli appezzamenti. La condizione minima di sopravvivevnza è che questi diversi patrimoni siano aperti agli altri, individuabili e condivisibili, “liberi” sul mercato globale della conoscenza. Che sia possibile raccoglierli in fasci per alimentare prodotti e mercati dove oggi semplicemente non sono reperibili.

In fondo è necessario che bibliotecari, archivisti, editori, centri di ricerca continuino a fare il proprio lavoro, “anche in rete e attraverso strumenti di rete”. Perché l’unica cosa che Google non può (almeno per ora) essere in grado di fare è proprio scomporre in mille facce quello che con tanta fatica e impegno sta unificando nei suoi centri di calcolo.

 

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