Giornalisti e deputati a Montecitorio, dall’aula Comotto all’aula Basile

di 21 novembre 2018 0

“La tribuna dei giornalisti è collocata in una delle peggiori condizioni acustiche; per cui i reporters appollaiati là sopra or sì or no intendono le note degli onorevoli. Essi intendono bene appena i deputati che parlano voltando loro la faccia, e sfoderano una voce da cannone, e che per giunta sono saliti nei banchi alti proprio di sotto alla tribuna della stampa. Ma in questo caso l’oratore si fa malagevolmente sentire dagli stenografi, per cui il Presidente lo invita a scendere più in basso; onde gli oratori si trovano nel bivio di non essere seguiti dagli stenografi, o di essere travisati dai giornalisti”: il racconto del giornalista parlamentare e uomo politico Giovanni Faldella, autore di quattro volumi su Montecitorio nel 1882,  sullo stato dei lavori parlamentari nell’aula di Montecitorio, non potrebbe essere più efficace. Ma siamo negli anni Ottanta del XIX secolo e a rendere difficile il lavoro dei giornalisti, degli stenografi, alle prese con i resoconti, e naturalmente, dei deputati,  era l’aula realizzata in fretta e furia dall’ingegnere Paolo Comotto per accogliere, il 27 novembre 1871, i deputati dopo il trasferimento della Capitale a Roma.

In ferro e legno, coperta in zinco, senza caloriferi e senza ventilatori, produceva freddo intenso d’inverno e calore asfissiante d’estate. Caldo talmente insostenibile da essere all’origine di quella cerimonia del Ventaglio che si rinnova ogni anno e che affonda le radici nel luglio 1893, quando l’affaticato Presidente Zanardelli ricevette il primo Ventaglio da parte della stampa parlamentare.
Se si aggiunge all’inadeguatezza dell’aula il contegno vivace e rumoroso che dominava la Tribuna della stampa – “i giornalisti parlamentari intervenivano continuamente nelle discussione con battute salaci che spesso disorientavano l’oratore, costretto a proseguire un discorso che, data anche la pessima acustica dell’aula, finiva per diventare comprensibile solo ai deputati più vicini”, racconta Mario Pacelli in Interno Montecitorio – si comprende anche la difficoltà di comunicare all’esterno del “Palazzo”, ai lettori dei giornali, attraverso i resoconti delle sedute pubblicati in bella vista nei quotidiani, ciò che era oggetto di confronto e discussione in aula da parte dei deputati chiamati a legiferare sui destini della Nazione. In un clima di gran confusione  gli stessi resoconti parlamentari erano redatti in modo approssimativo ed incompleto. La creazione di una nuova Aula con una sistemazione migliore per i giornalisti, la professionalizzazione dei servizi parlamentari con l’inquadramento degli stenografi, la nascita, proprio con l’inaugurazione dell’Aula nel 1918 dell’Associazione Stampa parlamentare – che il 4 dicembre celebrerà il suo centenario –  incaricata tra l’altro di vigilare sull’ordine in Tribuna – sono alcuni dei fattori che contribuiranno al miglioramento dei canali e degli strumenti di pubblicità dei lavori parlamentari.  

Ma torniamo all’aula Comotto, ritenuta sempre più insicura e soggetta al rischio di crolli e incendi. Nel 1897 la Camera dei deputati vota un ordine del giorno in cui si chiede di bandire un concorso per la costruzione di una nuova aula. Il Presidente della Camera Zanardelli individua nel palazzo di Montecitorio la sede della Camera dei deputati. La scelta sanciva la sconfitta definitiva di coloro che avevano sostenuto con forza la creazione di un edificio nazionale nuovo per accogliere tutto il Parlamento italiano: tra le perorazioni più note quella di Francesco Crispi, che, nel un discorso pronunciato alla Camera il 10 marzo 1881,  in occasione della discussione sul disegno di legge “Concorso dello Stato nelle opere edilizie e di ampliamento della capitale del Regno” aveva qualificato la capitale del nuovo Stato come una “locanda” più che una città ed invitato i colleghi ad avere coraggio: “Se questo disegno di legge ha un difetto è quello di rivelare un sentimento di paura, di titubanza, di mancanza di coraggio per le grandi cose. Non si è osato dire chiaramente: noi dobbiamo costituire l’Italia in Roma se vogliamo restare in Roma in modo che la terza vita di questa grande città sia degna del suo passato”.

Il cammino per la costruzione della nuova aula si rivelerà però notevolmente accidentato e il concorso bandito si impantanò più volte. Questo slittamento dei tempi si tradusse per i deputati in “traslochi” provvisori e inadeguati: a partire dal novembre 1899 i lavori parlamentari si svolsero nella cosiddetta “auletta”, ovvero nel salone di lettura al primo piano del Palazzo, l’odierna Sala della Lupa;  successivamente, dal 15 maggio 1900,  nell’aula provvisoria della piazzetta della Missione.

Occorrerà giungere al 1902 per giungere ad una fase più operativa, con l’incarico affidato direttamente ad Ernesto Basile, architetto palermitano “di fama e reputazione incontrastata”, come volle sottolineare il sottosegretario dei Lavori Pubblici nel corso di un’interrogazione parlamentare l’11 febbraio 1903. Delle varie fasi progettuali che portarono alla costruzione della nuova ala di Montecitorio parla Sveva Mandolesi nel suo articolo “Ernesto Basile in mostra per i cent’anni della nuova Aula di Montecitorio”.

“L’Aula ha nobili dimensioni, paragonabili a quelle dei Parlamenti di Berlino, Vienna, Parigi, e perfino dello splendido Parlamento di Budapest; e tutte le sale, incluso il corridoio nobile chiamato Salone dei Passi Perduti, sono concepite nello stesso spirito secondo un disegno ampio e nobile”: gli apprezzamenti espressi già nel 1915, a seguito di sopralluoghi, da parte di un giornalista inglese, S. Brinton, per The Builder, avrebbero forse reso orgoglioso proprio Crispi, che nel suo discorso aveva individuato nelle sedi istituzionali delle grandi capitali europee – dall’Inghilterra, alla Francia, alla Germania – un modello urbanistico cui guardare.

“Le vie adiacenti al Parlamento da stamane, sono affollatissime di uomini ed anche di signore, adattatisi, con un un’ottima dose di buona volontà, ad un’attesa di circa sei ore per conquistare un posto nelle tribune”: questo il racconto dei cronisti parlamentari il 20 novembre 1918, il giorno dell’inaugurazione della nuova aula di Montecitorio, fissato per celebrare anche il “compimento” dell’Unità d’Italia a due settimane dalla conclusione vittoriosa del conflitto. “Alle 9,30 – vale a dire quattro ore prima dell’inizio della seduta – sono stati aperti gli ingressi a Montecitorio. Parve nel primo momento che si desse una specie di assalto al Parlamento”, continua il giornalista del Corriere della sera. “Fu solo mercè la resistenza di solidi gruppi di carabinieri che la corrente impetuosa fu potuta trattenere e disciplinare, regolando così con un certo ordine l’adito alle scale conducenti alle tribune senza che avvenissero incidenti.” L’apertura del quotidiano era dedicata naturalmente al discorso pronunciato dal presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando, ma nei resoconti degli ingressi, dell’insediamento in aula dei deputati, del pubblico nelle tribune – due, una per il pubblico una per la stampa – si consumava anche quel gusto per il racconto e la drammatizzazione che aveva caratterizzato il giornalismo parlamentare per decenni (e negli aspetti deteriori era stato ritratto nei romanzi parlamentari di Federico De Roberto, di Matilde Serao o nei racconti di Carlo Collodi).

“Seppe dare alla parte nuova dell’edificio un alto grado di vivibilità prevedendo con cura le esigenze di una comunità in cui l’incontro, il dialogo, la discussione sono attività dominanti”, spiega Paolo Portoghesi commentando il progetto di ampliamento  di Montecitorio realizzato da Basile; e prosegue: “il corridoio dei passi perduti” richiama il bon ton degli alberghi di lusso, e “si presta al rito del parlar camminando”. Non a caso proprio questo spazio – precluso ai giornalisti all’indomani dell’entrata in funzione dell’aula Basile, affinche i deputati e i resocontisti parlamentari avessero un proprio spazio “al riparo delle altrui orecchie”– sarà un obiettivo ambito dalla stampa, che dovrà attendere il 1948 per far il proprio ingresso in Transatlantico.
Ma questa è un’altra storia.


Il racconto sull’aula di Montecitorio è basato su: Mauro Forno, A duello con la politica. La stampa parlamentare in Italia dalle origini al primo “Ventaglio” (1848- 1893), Rubbettino editore, 2008; Fabrizio Astolfi, L’ospite inatteso nel Palazzo. La Stampa parlamentare in Italia dalla fine dell’Ottocento al delitto Matteotti (1894-1924), Rubbettino editore, 2009; La Camera dei deputati a Montecitorio. Storia fotografica, Il Sole 24 Ore cultura, 2010; La nuova Aula di Palazzo Montecitorio (1918-2008)
Camera dei deputati, 2008. 

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