Un magazine “aziendale”

di 14 marzo 2011 2

Lo scenario tecnologico procede a strappi e accelerazioni, bagliori improvvisi e rovinose cadute.  Segnato non solo dalla rapidità dei cambiamenti, ma soprattutto da un’estrema volatilità delle scelte e delle strategie. Con la pubblicazione di questo nuovo sito proviamo a “metterci in ascolto” di quello che avviene nella rete, dotandoci di uno strumento attraverso il quale annotare e discutere le novità che continuamente ne modificano il profilo.
L’attenzione è rivolta al mondo dei beni culturali e alla loro “migrazione digitale”: ma per questa strada  lo sguardo incontra, naturalmente, i temi della gestione e dell’accesso ai contenuti e all’informazione attraverso il Web.
In questi primi mesi del 2011 è apparso The Daily, la nuova impresa editoriale di Rupert Murdoch, il primo quotidiano esclusivamente dedicato all’iPad e al mondo dei tablet. Si tratta di una novità importante, un investimento di 30 milioni di dollari per vincere la “sfida” di fare impresa, e quindi profitto, nel mondo dell’editoria digitale, contro i “ladri” di informazione à la Google, come lo stesso Murdoch li aveva definiti in una pubblica audizione di fine 2009.

Quell’intervento alimentava un dibattito già molto vivace, che in Italia è stato rilanciato con forza da Gianni Riotta con un articolo pubblicato ad inizio 2010 (leggi). Riotta denunciava il “monopolio di chi non paga le idee”, finendo in tal modo per impoverirle, confuse nel clamore indistinto e incontrollato della miriade di blog presenti sulla rete, uniformate sotto il manto omologante dei motori di ricerca. L’articolo partiva dalle tesi esposte nel suo “Manifesto” (You Are not a Gadget) da Jason Lanier, che anche recentemente è tornato dalle pagine di Edge a denunciare la “qualità antiumana” dell’attuale modello di Internet (leggi). Naturalmente, non si tratta di una battaglia di retroguardia. In discussione sono la validità dell’equazione qualità – costo dell’informazione e il ruolo che sono chiamati a svolgere i tradizionali mediatori – editori, giornalisti, testate – per garantire affidabilità e valore dei contenuti pubblicati sul Web.

Le nuove piattaforme di distribuzione appaiono come un possibile, anche se parziale, antidoto a questi rischi; dopo gli anni tumultuosi della crescita dei contenuti in libero accesso sul Web sembra avviarsi un ripensamento e un riposizionamento, forse si prepara un ennesimo ribaltamento delle prospettive di sviluppo  della rete. E anche il New York Times, che nel 2007 aveva clamorosamente abbandonato un modello di diffusione dei propri contenuti a pagamento, annuncia per il 2011 una parziale retromarcia.

La decisione del Time di indicare come uomo dell’anno 2010 il patron di Facebook Zuckerberg, piuttosto che il “pirata” Julian Assange, ben illustra lo spirito dei tempi. E dalle colonne di Wired, Chris Anderson arriva alla conclusione che il web (come l’abbiamo finora conosciuto) è morto e con il successo di Facebook e iPad si va imponendo un modello “chiuso” di gestione e condivisione dei contenuti (leggi).

Non è possibile, in questa sede, approfondire i temi di questo dibattito, né tanto meno è possibile addentrarsi sul terreno affascinante ma infido del peso avuto dalla rete (come oggi la conosciamo) nei recenti sconvolgimenti politici del Nord Africa. Ma è necessario almeno segnalare che sempre in questi stessi mesi un gigante della rete come Aol abbia deciso un investimento di oltre 300 milioni di dollari per acquistare l’Huffington Post, il principale blog d’informazione americano. Siamo in presenza di una nuova “bolla” Internet come molti denunciano? Ovviamente, non azzardo alcuna risposta a questa domanda; ma posso soltanto registrare quanto contraddittorie siano ancora le scelte concrete operate dai molteplici protagonisti del mondo digitale.

Questa drammatica divaricazione di prospettive e di approcci coinvolge in pieno il settore dei beni culturali: un segmento forse marginale per dotazione finanziaria, ma strategico per dimensioni, qualità dei contenuti, valore “sociale” della conoscenza. Per aziende che come la nostra operano in questi campi è vitale confrontarsi con questi temi. E per farlo non è più sufficiente limitarsi ad offrire una comunicazione, anche puntuale e approfondita, sulle proprie iniziative. È necessario che questa informazione possa diventare materia di discussione, sia interna che esterna; che lo strumento editoriale diventi un luogo “ospitale”, già pronto a raccogliere sollecitazioni dall’esterno.

(L’immagine, Scosse elettriche, 1941, per gentile concessione dell’Archivio storico Luce)

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