La cronaca nera nei cinegiornali dell’Archivio Luce/2

In accordo con You Tube ed Archivio Luce le nostre attualità sui materiali dell’Archivio
di 14 giugno 2013 1

“Reggio Emilia. Processo Cianciulli. Aula del tribunale. Leonarda Cianciulli parla dinnanzi al giudice” Fotografia di Federico Patellani

Una maga con “strumenti primordiali” – un martello, una scure: con l’accenno a fatti di stregoneria il cinegiornale della Repubblica, la Settimana Incom, apre, nell’Italia contadina assediata dalle macerie, una nuova stagione per l’informazione filmata: quella della cronaca nera italiana, assente nei giornali fascisti. Si celebrava nel ’46 il processo a “La saponificatrice” di Correggio, Leonarda Cianciulli,  una piccola commerciante di vestiti usati ossessionata dal malocchio che, tra il ’39 e il ’40, uccise e fece a pezzi tre donne riducendole in saponette. La storia sarà poi rievocata da Mauro Bolognini nel film Gran Bollito. Omicidi senza armi in questi primi anni, affidati spesso, bestialmente, ad asce o spranghe.  Ancora pochi mesi e una commessa milanese di origini friulane, Rina Fort, soprannominata “la belva di via  S. Gregorio”, sterminava la moglie e i tre figli del suo amante: il cinegiornale indugiava nei particolari, drammatizzava il racconto  – una sorta di “docu-fiction” realizzata con la voce. Dino Buzzati, che abitava a cento metri dal luogo della strage seguirà come cronista giudiziario il caso dalle pagine del Corriere della Sera. L’accenno ai “borsaneristi” che affollano il quartiere, al passato collaborazionista dell’omicida o il racconto del processo di Dachau ad Ilse Koch, la “Iena di Buchenwald” risvegliavano negli spettatori la memoria della guerra appena conclusa.  Caterina Fort, Leonarda Cianciulli, Pia Bellentani – un’altra donna, questa volta del bel mondo, che, armata di pistola,  uccise nel 1948 il suo ricco amante – saranno tutte rinchiuse nel manicomio criminale di Aversa tra schizofreniche assassine e “capraie infanticide”. “Come ha potuto farlo? Aveva tutto ciò che una donna può desiderare, un marito, le figlie e la ricchezza” commentò con stupore la commessa quando seppe dell’arrivo della Bellentani.

Una maga con “strumenti primordiali” – un martello, una scure: con l’accenno a fatti di stregoneria il cinegiornale della Repubblica, la Settimana Incom, apre, nell’Italia contadina assediata dalle macerie, una nuova stagione per l’informazione filmata: quella della cronaca nera italiana, assente nei giornali fascisti

1947, è l’anno del serial killer Ernesto Picchioni: la Settimana Incom apre con il ‘mostro di Nerola’,  il “terrore e morte al km 47 della Salaria” . Qui, nella campagna romana, un “mostro” uccideva le sue vittime per impadronirsi delle loro biciclette.  E De Sica non aveva ancora presentato in sala “Ladri di biciclette”.
Di sicuro c’è solo che è morto”: con questo titolo il giornalista Tommaso Besozzi contestò dalle pagine de l’Europeo la versione ufficiale dei carabinieri  – riportata fedelmente in un lungo servizio della Incom  – sulla morte di Salvatore Giuliano, “Turiddu”, il bandito siciliano responsabile della strage di Portella della Ginestra morto la notte tra il 4 e il 5 luglio 1950.  Al termine di un conflitto a fuoco, diranno gli uomini del Comando forze repressione banditismo; ucciso nel sonno dal cugino Gaspare Pisciotta resta l’ipotesi più probabile. Ancora storie dal profondo Sud –la provincia di Catanzaro –  nel caso del “mostro di Presinaci”, dove un contadino di 34 anni, affiliato alla ndrangheta, Serafino Castagna, uccide 5 persone, tra cui il padre.
3 marzo 1950: la cronaca nera travolge e scuote una borgata romana. In fondo ad un pozzo, a Primavalle, viene ritrovato il corpo di una tredicenne, “Annarella” Bracci, scomparsa dal 18 febbraio. Lionello Egidi, il “biondino di Primavalle” dopo l’arresto confesserà il delitto ma successivamente ritratterà e sarà assolto. La Incom racconta nel 1952  con toni innocentisti il suo rientro a casa; nel 1961 tornano i sospetti sul “biondino”.  Confusione e sbandamento originati dalla guerra caratterizzarono le esistenze disordinate e violente dei giovani della banda Casaroli autori di numerose rapine di Bologna nel 1950; ad essi  Florestano Vancini dedicò un film, nel 1962.
L’11 aprile 1953 il corpo di una ventenne, Wilma Montesi, è ritrovato sulla spiaggia di Torvajanica, senza scarpe, calze, gonna e reggicalze. Il fatto di cronaca farà esplodere il primo scandalo politico della Repubblica per il coinvolgimento, risultato poi totalmente infondato, di Piero Piccioni, figlio del ministro degli Esteri Attilio Piccioni, nell’inchiesta sulla morte della ragazza che si concluderà nel 1957 a Venezia.  Un recente saggio, “Dolce vita, sesso, politica nell’Italia del caso Montesi”, ha ridimensionato il ruolo svolto nel caso Montesi di Amintore Fanfani, cui era stata attribuita dagli storici la responsabilità di una campagna stampa contro lo Stato maggiore degasperiano (da Attilio Piccioni a Mario Scelba).

L’Italia intanto sta cambiando: ai delitti maturati in ambienti poveri, guidati da un furore selvaggio e istintivo, che ritroviamo anche nella canzone popolare italiana,
si sostituiscono omicidi calcolati, affidati a sicari. Per impadronirsi della polizza della moglie Maria Martirano,  Giovanni Fenaroli, geometra indebitato e rampante, assolda un killer. È l’Italia che vuole arricchirsi, è l’Italia moderna che costruisce alibi e strategie su automobili veloci, orari di aerei e di treni.

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