Caso Montesi: Fanfani non fu il burattinaio

di 13 Novembre 2012 0

Giornalisti e fotografi all’esterno del palazzo di giustizia in attesa dei protagonisti del caso Montesi, 13.03.1954. Per gentile concessione dell’Archivio storico Luce

Il caso Montesi torna all’onore delle cronache per la pubblicazione di un nuovo saggio, “Dolce vita, sesso, politica nell’Italia del caso Montesi” scritto dal professor Stephen Gundle , dell’università di Warwick, recensito oggi sul Corriere della Sera da Paolo Mieli.  La vicenda – l’11 aprile 1953 viene ritrovato sulla spiaggia di Torvajanica il corpo di una ragazza, Wilma Montesi, senza scarpe, calze, gonna e reggicalze – bruciò la carriera del ministro Piccioni per una campagna stampa che – secondo numerose ricostruzioni – sarebbe stata avviata da Fanfani contro lo Stato maggiore degasperiano: il politico aretino, riassume oggi Paolo Mieli, avrebbe approfittato di quella vicenda “per annientare il vecchio gruppo dirigente: Attilio Piccioni, Mario Scelba, Giuseppe Spataro”. Gundle ridimensiona il ruolo attribuito a Fanfani, che ebbe sicuramente una parte notevole nella vicenda ma “non quella del burattinaio”. Nelle due pagine del Corriere Mieli ricostruisce con l’autore del libro i fatti del 1953, le indagini e i processi avviati, le reazioni del mondo politico e della stampa, ricorda i numerosi protagonisti della vicenda e il clima torbido che avvolse il caso.

 

Caso Montesi. Un nuovo saggio, “Dolce vita, sesso, politica nell’Italia del caso Montesi”, ridimensiona il ruolo attribuito finora a  Fanfani  nella  campagna stampa contro lo Stato maggiore degasperiano, Attilio Piccioni, Mario Scelba, Giuseppe Spataro. Un articolo di  Vittorio Gorresio  fa ancora riflettere sui rapporti tra giornalismo e cronaca giudiziaria.

Forse il professor Gundle ha consultato il dibattito parlamentare che si aprì anche alla Camera, per la presentazione di mozioni, interrogazioni, interpellanze sul caso, o sui risultati dell’inchiesta governativa sul caso Montagna-Montesi (si vedano, nel portale storico della Camera, le sedute del 23 marzo 1954, del 3 giugno 1954, del 1 e 2 luglio 1954). L’Archivio Luce ci consegna i volti dei protagonisti in diversi servizi fotografici e nelle immagini dei cinegiornali: nel filmato Incom del marzo 1954 vediamo tra gli altri Silvano Muto, il giornalista che, con uno scoop sul suo settimanale Attualità, parlò di salotti romani, di un festino a base di stupefacenti finito male e di insabbiamento dell’inchiesta; nella Settimana Incom  del settembre 1954 vediamo uscire da casa il magistrato Raffaele Sepe che guida le indagini e che Mieli/Gundle ritraggono come un “nuovo tipo di magistrato” che ama “esibirsi nei panni dell’integerrimo nemico di privilegi e corruzione, si concede a giornali e riviste, ai quali ‘regala’ sue foto, mostra di gradire il plauso popolare”; lo speaker mostra inoltre l’ex questore Polito, autore della celebre e bizzarra tesi del ‘pediluvio’ durante il quale la ragazza sarebbe stata colta da un improvviso malore. Ancora altri protagonisti, stavolta a Venezia presa d’assalto da giornalisti, avvocati, testimoni nel servizio Incom del 1957; nel giugno del 1960 si parla ancora del caso Montesi. E siamo al “Caso insoluto“.
Chiudiamo questa breve rassegna con le parole di un “cavallo di razza”, non della politica ma del giornalismo italiano: Vittorio Gorresio. L’articolo, “Processo alla stampa”, scritto il 30 novembre del 1954,  rifletteva, alla vigilia di un imminente pubblico dibattito, sul ruolo svolto dalla stampa nel caso Montesi: “[…]dopo il processo al parlamento, al potere esecutivo, alla casta burocratica, alla classe dirigente economica, sembra ad alcuni venuto il momento di porre sotto accusa il giornalismo. Le accuse sono semplici: il cronista dei giornali, assumendosi i diritti che neppure gli agenti della più occhiuta polizia del più tirannico regime hanno preteso mai per loro stessi, è diventato un cittadino “sui generis”, in Italia. Indaga, inquisisce e, quel che è peggio, riferisce senza nessuna di quelle garanzie che la legge fornisce per l’operato dei rappresentanti dei pubblici poteri. C’è un tipo di cronista che viola il domicilio altrui, abusa delle confidenze, usurpa i poteri, – e, per quanto larghissimi, li amplifica – che sono riconosciuti dalla legge alla polizia ordinaria. Precede spesso l’iniziativa del magistrato, anticipa i risultati delle istruttorie, ed è riuscito a diventare quasi il protagonista della nostra epoca, e a farsi circondare di un’atmosfera, se non proprio di rispetto o ammirazione, per lo meno di timore o addirittura di invidia”…

Gorresio proseguiva esemplificando con episodi tratti dalla cronaca giudiziaria del caso Montesi. L’articolo, tutto godibile, è consultabile nell’archivio storico che La Stampa, benemerita, ha reso disponibile online interamente.

 


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