L’archivio, luogo propulsore.

di 5 Luglio 2019 0
Roman Vlad, Tetraktys (Quartetto) (1955-1984), schizzo

L’archivio diventerà sempre più importante non soltanto come depositario della memoria storica ma anche come luogo propulsore che può creare cultura, proprio attraverso la diffusione online che pian piano, attraverso la digitalizzazione, diventerà sempre più frequente“: a parlare, e produrre spunti e riflessioni penetranti sugli archivi e sui possibili usi creativi, dinamici delle fonti, è Gianmario Borio, musicologo e Direttore, dal 2012, dell’Istituto per la Musica della Fondazione Giorgio Cini in un’intervista rilasciata al Giornale della musica il 3 luglio scorso.

Il Direttore  sottolinea tra l’altro  il grande impegno profuso dall’Istituto “nell’acquisizione, la conservazione, la tutela, e la valorizzazione di archivi del XX e del XXI secolo”. Per quanto riguarda le acquisizioni “in epoca Morelli (il primo direttore, nel 1985, n.d.r.) le acquisizioni hanno riguardato, fra gli altri, Camillo Togni e Nino Rota. Dopo il 2012, da quando cioè sono direttore, abbiamo continuato e aggiunto gli archivi Giacomo Manzoni, Domenico Guaccero, Egisto Macchi, Roman Vlad e molti altri, fino alle nostre acquisizioni più recenti, cioè gli archivi dei compositori veneziani Renato De Grandis e Ernesto Rubin de Cervin Albrizzi. Compositori a parte, conserviamo anche il fondo d’archivio del coreografo Aurel Millos”.

l’archivio diventerà sempre più importante […] come luogo propulsore che può creare cultura, proprio attraverso la diffusione online che pian piano, attraverso la digitalizzazione, diventerà sempre più frequente

Sulle attività di catalogazione e valorizzazione del patrimonio storico della Fondazione, aggiungiamo noi, forte è la partnership con regesta.exe, fornitrice della piattaforma di descrizione archivistica utilizzata dagli archivi della Fondazione Cini, xDams, e del portale di consultazione online del patrimonio appartenente ai diversi Istituti, Centri di studio, Archivi privati della Fondazione.

Nel corso dell’intervista il professor Borio sottolinea l’importanza delle fonti d’archivio per la ricostruzione e la comprensione  del processo compositivo degli artisti, della struttura del messaggio musicale, delle dinamiche tra artisti e del contesto culturale in cui le composizioni sono nate: “le annotazioni di Rota in un bloc notes con le prime idee per la musica della Dolce vita dopo aver passato una serata con Fellini che comincia a raccontargli il film che ha in mente, non solo fa luce sui diversi stadi del processo compositivo ma anche sulla concezione estetica, sulle relazioni fra artisti diversi e così via”. Sulle grandi potenzialità dischiuse dai progetti di digitalizzazione per la diffusione della conoscenza e per la nascita di nuovi pubblici il direttore ha le idee chiare: “si apriranno nuovi canali di informazione e renderanno possibile anche accessi a nuovi utenti”. 


La potenzialità comunicativa degli archivi digitali per le attività didattiche e la diffusione della conoscenza sono enormi, a volerle vedere: “attraverso le ‘digital humanities’ si creano dei percorsi ‘open educational’, ossia possibilità di trasmissione del sapere, inediti e rivolti anche a settori, con cui generalmente noi non comunichiamo“. Il  pubblico  si amplia e si estende “a chi vuole recuperare nozioni di base, che non ha potuto coltivare da ragazzo. Ad esempio a pensionati giovani, che magari da ragazzini suonavano il clarinetto o la chitarra in un gruppo jazz o in una rock band”.

Anche a livello internazionale l’Istituto promuove attività di dialogo, collaborazione con altri istituti, e un progetto legato alla creazione di piattaforme condivise attorno a tematiche specifiche, ad esempio agli epistolari dei compositori.  “Gli archivi difensivi di pura conservazione” – spiega Borio –  “che non mettono a disposizione nessuna informazione, si troveranno molto, molto male in futuro”.

Gli archivi difensivi di pura conservazione che non mettono a disposizione nessuna informazione, si troveranno molto, molto male in futuro

Un altro aspetto legato all’uso creativo, attivo, artistico degli archivi è quello legato alle “research-led performance”, “un allargamento dell’archivio alle pratiche dell’esecuzione musicale”: l’obiettivo è “avvicinare gli esecutori e anche i docenti alle problematiche delle fonti, sensibilizzandoli su come può cambiare la pratica dell’esecutore quando si conoscono le fonti e se ne comprende il significato”.
Il musicologo sottolinea come stiano mutando le pratiche di esecuzione musicale riconoscendo un ruolo al background storico che ha prodotto un pezzo musicale. I materiali d’archivio sono inoltre protagonisti anche delle attività di pubblicazione dell’Istituto: nel 2016 è nata Archival Notes. Sources and Research from the Institute of Music, rivista annuale dedicata alla valorizzazione dei fondi musicali e allo sviluppo di relazioni internazionali nel campo della tutela del patrimonio musicale, con particolare attenzione ai secoli XX e XXI (qui la prefazione alla Rivista). Consultabile online attraverso Open Journal Systems (OJS), il gestore open-source di periodici accademici e culturali elettronici più diffuso al mondo.
Nel 2018 l’Istituto ha inaugurato la collana The Composer’s Workshop con il volume Nino Rota: La dolce vita. Sources of the Creative Process. Una collana che riguarda più in dettaglio il processo compositivo: “ha a che fare con la riproduzione in facsimile di una selezione di materiali esistenti su carta che conserviamo nei nostri archivi a San Giorgio, con commenti critici”, spiega il direttore.

L’intervista affronta molto altro  – dalla storia dell’Istituto al workshop annuale – è ricca di esempi interessanti ed è sicuramente tutta da leggere.

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