“Alluvione programmata”

di and 7 Novembre 2011 2
Veduta del caratteristico borgo della Foce, Archivio storico Luce

Veduta del caratteristico borgo della Foce, 25.10.1928
per gentile concessione dell’Archivio storico Luce

“Negli anni Trenta fu deciso di trasformare il letto del Bisagno in un quartiere nuovo, e fu sepolto in quella galleria.  Il progettista di allora prese un abbaglio colossale e al tunnel sotto la ferrovia di Brignole e sotto il quartiere Foce diede le dimensioni di un fiume capace di 500 m cubi d’acqua al secondo.. e invece sono 1300. Così il Bisagno si riempie e allaga il quartiere”: così raccontava ieri al Sole 24 ore l’ingegnere  idraulico Marco Cremonini (Dove scorre il torrente assassino, di J.Giliberto, Il Sole 24 ore, 6 novembre 2011). Le immagini dell’archivio Luce (consultabile all’indirizzo www.archivioluce.com), ci consentono di seguire quasi in diretta il racconto dell’ingegnere grazie alle immagini degli operai al lavoro per l’interramento del Bisagno nel 1929 (il giornale Luce n. 696) e, 6 anni più tardi,  attraverso la voce stentorea dello speaker che  annuncia che i lavori di copertura del torrente Bisagno “costituiscono un’imponente opera pubblica che doterà la Superba di una nuova area fabbricabile di 57.500 metri quadrati” (il giornale Luce B n. 617)

Passano gli anni, e la “città colma sino oltre il possibile di costruzioni di case, assediata dal cemento, seduta letteralmente sopra i torrenti” è piegata dalla terribile alluvione del 1970: il servizio del cinegiornale Sette G introduce alle cause del disastro e richiama gli imperativi di sempre: “ampliare gi scarichi a mare di tutti i corsi d’acqua, consolidare gli alvei franosi”. Immagini e narrazione di un altro servizio  – il cinegiornale Radar n. 386 – sembrano fotogrammi e voci di oggi: “la furia dell’acqua ha  ridotto in rottame  centinaia di veicoli, ha sfondato saracinesche, ha devastato negozi e magazzini”.

la distruzione della natura porta per direttissima alla distruzione dell’uomo e delle sue opere (Antonio Cederna)

“Alluvione programmata”, allora come oggi, si può ben dire, richiamando il titolo dell’editoriale di Antonio Cederna pubblicato sul “Corriere della sera” del 10 ottobre 1977. Sulla prima pagina del quotidiano di quel giorno sono riportate le cronache drammatiche delle piene di Po e Tanaro in provincia di Alessandria, delle devastazioni dell’entroterra di Genova, dell’esondazione del Ticino nel Pavese, della preoccupata attesa che l’onda di piena passi da Pavia, a Piacenza, a Cremona, fino al Polesine. “Solo una diga di parole, di lamentazioni e di promesse non mantenute è stata finora eretta contro la pioggia”, scriveva Cederna. Abbiamo lasciato che proseguisse la “mercificazione” e lo sfruttamento intensivo del territorio, abbiamo continuamente rinviato gli stanziamenti per la difesa “ordinaria” del suolo e le spese necessarie per il risanamento fisico dell’Italia.

Si può leggere questo articolo dal sito dell’Archivio Antonio Cederna (apri), conservato sull’Appia Antica a cura della Soprintendenza archeologica di Roma, insieme ad altri 2.500 scritti (www.archiviocederna.it). Un unico “racconto”, lungo quasi cinquant’anni, delle ferite inferte dall’uomo all’ambiente, dei danni dell’incuria, delle continue rapine del bene comune, che ritorna, sempre uguale, nella cronaca quotidiana di oggi. Con il consueto bagaglio di danni materiali e la tremenda contabilità di vittime umane: dal Polesine a Firenze, Genova, Alessandria, Sarno, Messina e in questi giorni di nuovo alla Cinqueterre e a Genova, a Pozzuoli, a Matera, all’isola d’Elba. A questa lunga teoria di “alluvioni ordinarie  corrispondono sempre stanziamenti straordinari”, annotava Cederna, che poi concludeva: “Forse adesso qualcuno comincerà a capire che la distruzione della natura porta per direttissima alla distruzione dell’uomo e delle sue opere” e che solo una consapevole politica di “conservazione” è “condizione essenziale di incolumità pubblica e progresso economico”

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